Paul Preuss nel 1912, foto di Albert Asels, dal libro di David Smart.“La misura della sicurezza in montagna è la capacità di ridiscendere con gli stessi mezzi con cui si è saliti”. Paul Preuss era un uomo senza mezzi termini e questa sua massima gli creò non pochi problemi alla sua epoca, quella di inizio Novecento che già viveva tuttavia un momento di trasformazione dell’alpinismo.
A quasi 40 anni dal libro omaggio di Reinhold Messner, esce una nuova biografia di Paul Preuss, il genio visionario dell’alpinismo in purezza: visse meno di 30 anni, ma abbastanza da lasciare un segno profondo nell’approccio “by fair means” alla montagna. David Smart ne fa un ritratto completo nel volume Paul Preuss. Il signore dei precipizi (pp. 240, 24,00 euro, Corbaccio 2025).
David Smart, alpinista e scrittore canadese, ha dedicato anni di ricerca per offrire un ritratto completo di Preuss: oltre alle sue imprese alpinistiche, infatti, approfondisce proprio la sua filosofia e l’impatto duraturo sul mondo dell’arrampicata, cesellando il ritratto dettagliato di un uomo il cui talento era pari solo alla sua determinazione. La narrazione mette in luce il contrasto tra il rigore etico di Preuss e l’evoluzione dell’alpinismo moderno, offrendo una prospettiva critica sulla continua tensione tra purezza e sicurezza nella scalata. L’opera originale, pubblicata nel 2019, è stata finalista ai premi Banff Mountain Book Award e Boardman Tasker Award.
Una figura iconica
Paul Preuss è una delle figure più iconiche e discusse della storia dell’alpinismo. Nato nel 1886 ad Altaussee, in Austria, vive da protagonista l’epoca in cui la montagna diventa un’arena per l’esplorazione sportiva e scientifica, con l’introduzione di nuove tecniche e strumenti. Il giovane Paul tuttavia si oppone a questa tendenza, vedendo l’uso dei chiodi da roccia come un tradimento dello spirito della montagna. La sua visione estrema della scalata lo mette subito in contrasto con i colleghi arrampicatori, che invece accolgono con favore le novità, se servono a raggiungere i loro obiettivi, magari anche in maniera più sicura.
Per lui non ci devono essere compromessi: un alpinista deve affidarsi esclusivamente alle proprie capacità fisiche e mentali, rifiutando qualsiasi ausilio artificiale. O sale con le proprie sole forze, o non ha senso farlo. Oggi che perfino i non addetti ai lavori conoscono le imprese di Alex Honnold in Yosemite, questa visione scandalizza meno (benché non lasci mai indifferenti), allora invece fa scalpore.
Preuss si erge a primo esempio delle proprie teorie e scala le Alpi senza l’uso di chiodi o corde fisse, anticipando di decenni il concetto moderno di arrampicata libera e di free solo.
Pensare che da bambino ha combattuto contro numerosi problemi di salute, ma forse è proprio questa iniziale difficoltà a forgiarne la grande forza di volontà: proprio come Eric Shipton, grande protagonista dell’alpinismo himalayano britannico degli anni Trenta, che fu un ragazzino gracile e deboluccio (aveva anche serie difficoltà di apprendimento), trova nella montagna un terreno di riscatto e un luogo d’affermazione.
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale in Europa cristallizza sempre più una concezione della montagna come luogo di maschia affermazione (quell’alpinismo eroico in cui molti giovani furono stritolati e mandati al macello) e necessariamente la trasforma da luogo di sfida e libertà in lugubre teatro di battaglie. Preuss muore prima che la guerra cominci, ma ha tempo di annusare nell’aria l’odore arrogante dello sfruttamento bellicistico della montagna, ormai frontiera dell’affermazione nazionalistica: e quello che sente non gli piace, non si concilia con la sua visione comunque romantica dell’arrampicata.
La copertina del libro.Coerente fino alla morte
Preuss è un tipo coerente, fino alla morte: non si conosce infatti la reale dinamica dell’incidente che avviene il 3 ottobre 1913 sul Mandlkogel, una vetta nel gruppo del Dachstein. Forse precipita dopo aver perso l’equilibrio su una parete esposta, dove sta scalando senza protezioni come va predicando. Sembra la spiegazione più probabile. Ha solo 27 anni.
Il dibattito che innesca è feroce: da un lato c’è chi lo ritiene un visionario, un mito, un maestro, dall’altro chi invece vede nella tragedia nient’altro che una facile conferma a quanto si poteva immaginare anche senza che avvenisse. Al centro di tutto la questione della sicurezza in montagna e dell’etica nell’alpinismo, proprio come era avvenuto in Inghilterra all’indomani della conquista del Cervino da parte di Edward Whymper, nel 1865, lui duramente accusato di aver la responsabilità della morte dei compagni (quattro su sette, tra i morti ben tre inglesi altolocati) e l’alpinismo tacciato di pratica inutilmente pericolosa.
Eppure, l’eredità di Preuss ancora oggi vive nelle imprese di quanti si sono fatti ispirare fin da subito dalla sua filosofia.
Messner, Preuss e il dibattito sull’approccio etico alla montagna
Prima di Smart, come ricordavamo all’inizio, è stato Reinhold Messner a omaggiare la figura dell’austriaco: chi meglio dell’“assassino dell’impossibile”, il primo a salire l’Everest senza ossigeno andando contro il parere dei medici, poteva capire l’alpinismo visionario di Preuss? E infatti nel 1987 gli ha dedicato un libro, L’arrampicata libera. Paul Preuss, dove ne elogia il pensiero, considerandolo il vero padre dell’alpinismo moderno. Mai più ristampato, se ne trova ancora qualche copia usata online e in qualche libreria specializzata.
Per Messner, Preuss rappresenta l’essenza più pura della scalata, un modello di riferimento per chiunque voglia affrontare la montagna con onestà e rispetto, pur sottolineando come una visione così estrema sia difficilmente applicabile a tutti gli alpinisti. La sua figura, pur iconica, si scontra con la realtà di un alpinismo in continua evoluzione, dove sicurezza e prestazione tecnica devono trovare un equilibrio.
L’approccio etico di Preuss alla scalata ha indubbiamente ispirato generazioni di alpinisti a perseguire ascensioni più pure e impegnative. Lo stesso Smart sottolinea come egli abbia anticipato concetti oggi fondamentali nell’arrampicata libera e nel free solo, influenzando figure contemporanee come Alex Honnold.
Il dibattito scoppiato dopo la morte di Preuss tuttavia non si è mai spento. Ancora oggi si discute di sicurezza in montagna e di uso dei mezzi artificiali: proprio perché la tecnologia rende sempre più possibile superare limiti fisici prima impensabili, ci si chiede se questo sia eticamente accettabile. Se la montagna debba essere terra di affermazione fisica dai tratti superomistici, o banco di prova anche morale.