Paul Preuss: l’artista dell’arrampicata

Paul Preuss, l’artista visionario dell’alpinismo, e la sua eredità nonostante la prematura morte nel contesto di un alpinismo segnato da sfide estreme e dal nazionalismo crescente.

Paul Preuss © wikimedia Commons

Paul Preuss incarnava il ruolo dell’artista visionario; Tita Piaz – ammirandolo – rispondeva a colpi di pragmatismo. L’alpinismo di inizio Novecento, una disciplina non per deboli di cuore, è cresciuto perché gli uni e gli altri, utopisti e realisti, hanno avuto modo di fare, sbagliare e pentirsi; ma anche perché gli idealisti, almeno in montagna, sono stati ascoltati dalla parte “avversa”. Purtroppo bisogna ammettere che pochi angeli della roccia siano arrivati alla pensione. Non ci sono arrivati Mummery, Winkler e Preuss prima della guerra, non ci arriveranno Comici, Cozzolino e Lomasti molti anni dopo. Quando Tita Piaz ruppe i freni della bicicletta e si schiantò contro la fontana del paese alla rispettabile età di sessantanove anni, il suo valoroso “avversario” Paul Preuss era già morto da molto tempo, cadendo dallo spigolo nord del Gross Mandlkogel.

 

La morte di Paul Preuss

Erano i primi giorni dell’autunno del 1913, presumibilmente il 3 di ottobre. Quella sera Preuss non fece ritorno a casa, la sua governante si allarmò – Paul era sempre così gentile e puntuale! – e avvertì Emmy Eisenberg, l’amica dello scalatore, che a sua volta chiamò la sorella Mina e Paul Relly. Si organizzarono le ricerche e lo cercarono nella prima neve. I soccorritori lo trovarono solo il 14 ottobre, ormai da giorni senza vita ai piedi dell’appicco di calcare. Aveva ventisette anni e un talento in buona parte ancora inespresso.

Un amico che lo conosceva bene aveva predetto un incidente sulle montagne natali del Salzkammergut, dove Paul si recava spesso. Pareti insidiose e friabili. Gli aveva consigliato di stare attento soprattutto alla Sandlingturm, che Preuss frequentava con gli allievi della roccia. Ma non fu la Sandlingturm che vide la fine del cavaliere solitario, perché Paul precipitò dal Mandlkogel e lo shock fu terribile quando i compagni seppero della sua morte, come fu tremendo il dolore della madre che non voleva credere all’accaduto. Suo figlio era stato ucciso da un infarto, un malessere… Il suo Paul non poteva essere precipitato!

Poi venne la guerra e si portò via molti altri che, come Preuss, avevano scalato le montagne. Una pallottola fatale colpì Hans Dülfer nel 1915, davanti ad Arras. Sixt, uno dei migliori scalatori di Monaco, morì congelato durante una bufera; Rudi Redlich, la più grande speranza del giovane alpinismo viennese, cadde in Galizia. Chi fu risparmiato continuò a pensare per anni a quell’uomo così gracile, piccolo, biondo, che tanto magistralmente sapeva destreggiarsi sulla roccia e sul ghiaccio più insidiosi, eppure nella quotidianità era simpatico e gentile, quasi timido di fronte alla vita. Parole vere le scrisse Kurt Maix cinquant’anni dopo la sua morte:

“Paul era tutto fuorché un arrampicatore acrobatico. Era cresciuto con i compaesani e da bambino era così gracile che, quando lo visitava, il medico di famiglia scuoteva il capo dubbioso. Ma quella debolezza infantile non alimentò nel giovane complessi da iper compensare. Le montagne gli restituirono la salute. Paul non cominciò come scalatore. Saliva e si inerpicava come fa la gente della montagna. Andava in cerca di piante e di erbe, come facevano i ragazzi del paese. Imparò anche le loro canzoni, la loro lingua, il loro modo di ridere. Chi non lo accolse tradì la parte migliore di sé stesso”.

Colpisce che l’intellettuale-scalatore di Altaussee fosse così “montanaro” e così poco eroe, totalmente inadatto al clima di fanatismo nazionalistico che, in Austria come altrove, stava trascinando i governi e i popoli verso la carneficina della Grande Guerra. Era l’intelligenza a condurlo, non la smania di conquista. Paul Preuss è stato eccezionale anche per quello.