Il Moonwalk Traverse, ovvero: il ritorno dell’alpinismo facile (da capire)

Fra il 5 e il 10 febbraio, lo scalatore belga Sean Villanueva O’Driscoll ha compiuto la prima traversata solitaria di tutte le cime del gruppo del Fitz Roy, in Patagonia. Un’impresa che ha stupito gli “addetti ai lavori” e ha catturato l’attenzione del pubblico meno specializzato
Per comprendere cos’ha combinato Sean Villanueva O’Driscoll non ci vuole molto. Basta una foto. Basta seguire la linea rossa tracciata lungo uno degli skyline montani più celebri del pianeta, quello del gruppo del Fitz Roy, un tempio dell’alpinismo patagonico e un sogno nell’immaginario degli escursionisti e degli appassionati di viaggio di tutto il mondo. Ci ha pensato lo stesso Sean a dare le poche informazioni che servono a completare il quadro. Con sopraffina tecnica fumettistica, ha disegnato sulla fotografia delle vette del Fitz i balloons con le tappe e gli avvenimenti fondamentali della lunga traversata, da lui battezzata con il suggestivo nome di Moonwalk Traverse. Ecco i numeri progressivi con i nomi delle principali cime toccate (Aguja de l’S, Saint Exupery, Rafael Juárez, Poincenot, Kakito, Fitz Roy, Val Bois, Mermoz, Cumbre Sur e Guillaumet). Ecco le frecce che indicano i punti dei cinque bivacchi. Lì invece c’è stata la caduta di rocce sulla corda (che per fortuna ha resistito sino alla conclusione dell’impresa), lì la rottura del portamateriale dell’imbrago (la legge di Murphy evidentemente non fa eccezione neppure per i fuoriclasse dell’alpinismo...) e in quell’altro punto la “festa” in parete per il suo quarantesimo compleanno. Un’altra freccia indica il Fitz e ricorda l’ora trascorsa sulla cima a «testare l’acustica e suonare il flauto di latta», onorando così la seconda regola fondamentale dell’alpinismo di Sean Villanueva: realizzare un concerto in vetta, a coronamento di ogni grande salita.

Tutto “all free”

La prima regola è invece quella di scalare le vie “all free”, cosa che lo scalatore belga ha fatto anche questa volta, salendo in completa arrampicata libera, da solo e autoassicurato, per un totale di oltre 4000 metri complessivi, con difficoltà fino al 6c su roccia e pendenze su neve e ghiaccio fino ai 50 gradi. Qui però già si entra nei tecnicismi, che certo sono importanti e aggiungono valore all’impresa, ma non sono essenziali per afferrarne il significato. Tanto è vero che lo stupore suscitato dalla salita aveva cominciato a diffondersi fra gli scalatori di tutto il mondo già prima che se ne conoscessero i particolari. Molti dei principali siti web internazionali ancora oggi non riportano neppure l’elenco delle vie percorse (le trovate descritte invece nel dettaglio alla pagina Facebook Patagonia Vertical), segno evidente che per lasciarsi portare dalle ali del sogno è già sufficiente immaginare quel minuscolo puntino solitario, lassù sul profilo delle più imponenti e selvagge montagne della Patagonia, a fare ciò che nessuno aveva mai osato neppure immaginare prima di allora.
Sean Villanueva Terra di Baffin
Sean Villanueva, in un momento di scalata nella Terra di Baffin © Archivio Ragni della Grigntta

Prima di lui, solo Caldwell e Honnold

In realtà la grande traversata era già stata percorsa nel 2015 dalla cordata degli statunitensi Tommy Caldwell e Alex Honnold, che l’avevano affrontata nel senso opposto a quello seguito da Villanueva (ovvero partendo dall’Aguja Guillaumet per arrivare all’Aguja de l’S). L’idea che l’impresa potesse essere realizzata da un alpinista solitario sembrava però ancora qualcosa di assolutamente futuristico. Lo stesso protagonista era partito senza troppe aspettative, disposto semplicemente a vedere dove sarebbe riuscito ad arrivare. Sapeva che sarebbero serviti diversi giorni di meteo stabile per completare la traversata, un lusso quasi impossibile fra le montagne dell’estremo sud della Cordillera, visto che, anche nei periodi più stabili, le finestre di bel tempo fra una tempesta e l’altra, superano di rado le 24 ore. Di fronte a un’audacia così sfacciata gli spiriti della Patagonia, però, hanno concesso una altrettanto sfacciata fortuna, regalando una strepitosa ventana – così vengono chiamati dai locali i periodi di alta pressione e bel tempo – durata ben sei giorni: giusto il tempo necessario per realizzare il progetto. Il resto lo ha fatto Sean, con la sua preparazione tecnica e atletica, maturata affrontando negli anni molte delle pareti più impegnative nei luoghi più selvaggi della Terra. Ma soprattutto con la testa. Prima di fare una traversata del genere, bisogna essere in grado di immaginarla. Bisogna vedersi lì, da soli, nel mezzo di quell’infinita maratona verticale, selvaggia e senza compromessi. Uno degli aspetti affascinanti di questa bellissima scalata, al di là del suo straordinario valore tecnico, sta infine nello scoprire che l’alpinismo contemporaneo e d’avanguardia può ancora prendere forma in imprese “facili da capire” anche per chi poco si intende di gradi e tecniche di scalata. È bello vedere che ancora c’è la possibilità di trovare emozioni condivise e linguaggi comuni, attraverso i quali comunicare, anche ai non-alpinisti, la “strana” passione dell’andare per montagne.