"Mal di montagna", quando la passione diventa ossessione. Enrico Camanni parla del suo libro CAI Edizioni

Quindici ritratti intimi, fra grandi campioni e amici di famiglia: il giornalista torinese racconta anche di sé, di quando rischiò di essere travolto dall'adrenalina per il verticale. Ai giovani dice: "Seguite il vostro cuore, come i ragazzi dell'Eagle Team".
Enrico Camanni. Foto dell'autore.

Ci fu un tempo in cui anche Enrico Camanni cedette al fascino dell’estetica dell’alpinista duro e puro, orgoglioso di mostrare il guizzo dei polpacci e di bastare a se stesso con i pochi compagni di corda, nessuna femmina intorno, solo la morte da sfidare, talmente preso dalla sua passione per il verticale da non mancare una domenica in parete. Lo si scopre leggendo l’unico libro in cui ha raccontato (anche) di sé: Mal di montagna. Quindici ritratti di passione (pp. 144, 16 euro, CAI Edizioni 2025 - disponibile in tutte le librerie e su CAI Store con gli sconti dedicati a soci e sezioni)

Un libro umano, capace con poche parole di restituire la persona oltre il mito, e qui ce ne sono tanti: da Patrick Berhault a Jean-Marc Boivin, da Gian Piero Motti a Gian Carlo Grassi, da Renato Casarotto a Gianni Comino, fino a Gervasutti, Comici e Videsott. Molti gravitanti sulle Alpi occidentali care ai piemontesi (e come potrebbe non essere, considerando la “torinesità” dell’autore), pezzi di storia dell’alpinismo mondiale, tutti con un loro approccio alla montagna, spesso visionario e pionieristico. Ma ci sono anche nomi meno noti, amici veri, iniziatori silenziosi, come Ezio Mentigazzi, o Ferdinando Massara.

Tutti accomunati da una passione bruciante come una febbre e in qualche modo legati a Camanni, o perché amici, o perché conosciuti grazie al lavoro di giornalista, o ancora perché figure iconiche di inizio Novecento, eppure vicine.

La copertina del libro.

Enrico Camanni, quando è nata la tua di passione?

Mi sono innamorato della montagna da bambino, a 7 anni ho fatto il mio primo Quattromila, il Breithorn, il mio era un amore inspiegabile per le montagne più alte. Ero attratto da quelle cime che si stagliavano nel cielo e dai personaggi che ci gravitavano intorno. Un’attrazione estetica innanzitutto, che a volte si scontrava con la delusione di constatare che alla fine era solo roccia. Mi piaceva anche la dimensione selvatica, era ancora possibile incontrare la civiltà montanara, che non aveva niente a che vedere con la mia vita borghese di città: non ne ho mai fatto un mito, ma mi ha sempre affascinato. A 14 anni ho avuto la fortuna di fare un incontro che ha cambiato la mia vita.

 

Luigi Carrel, il mitico “Carrellino”, la più grande Guida del Cervino.

Sì. Frequentavo la Valtournenche con la mia famiglia, e mi sono ritrovato ad andare allo Château des Dames con Carrellino: era un grande, fu una giornata bellissima in cui capii l’uomo oltre il mito. Aveva 70 anni, io 14, eppure saliva con naturalezza, senza forzature, lui che aveva scalato tutto lo scalabile, era lì con noi. Ho sempre rimpianto poi quell’innocenza.

 

Come si perde l’innocenza, nell’alpinismo?

Quando a 18 anni ero entrato nel giro, come si dice, da un lato si alzava il livello tecnico, ma dall’altro subentrava l’ossessione. E io questo l’ho sempre percepito come una graduale perdita di innocenza. È una sensazione che provo anche oggi che ho superato il problema e ho scoperto molto altro della montagna grazie al mio lavoro, ma mi è rimasta dentro. 

 

Come ha influito il lavoro di giornalista sul tuo essere alpinista?

È stato utile per rendere più umana la montagna, per “mettere i piedi per terra” e scoprire una dimensione più collettiva, evitando la deriva che stavo prendendo.

 

Eri proprio un alpinista duro e puro, come racconti?

Pur essendo nella seconda metà degli anni ’70, non era ancora avvenuta la trasformazione dell’alpinismo come sport, quando tutto si è poi sdoganato. C’erano ancora pochissime donne, si mettevano i pantaloni alla zuava per mostrare i polpacci e la corda a tracolla, vezzi per atteggiarci da alpinisti, per sentirci un po’ speciali. Oggi fa ridere, la corda la nascondo sempre nello zaino, ma allora era così. 

 

Fra gli amici citi Ezio Mentigazzi e Ferdinando “Dado” Massara.

Ezio aveva 15 anni più di me, era lento e fumava troppe sigarette, ma aveva una passione inarrestabile per la montagna, e anche una macchina, che non guastava. Era molto modesto e mai competitivo, e per quello ci trovavamo bene nonostante la differenza di età. Gli volevo un gran bene, poi un giorno nel ’95 è andato a fare una gita solitaria in Val Sermenza per scrivere una guida ed è sparito, lo abbiamo cercato in tanti alla SUCAI di Torino di cui facevamo parte, senza trovarlo. Dado Massara era un collega medico di mio padre, in montagna andavo con lui, perché mio papà non faceva alpinismo. È morto abbastanza giovane, è stata una grande perdita per me.

 

Come sei entrato nella SUCAI di Torino?

È stato mio zio Luigi De Matteis a suggerirmi di andare con loro, perché ero piccolo e non guidavo, ma fremevo. Con loro ho iniziato a fare scialpinismo, io volevo scalare, però andava bene così, perché se no d’inverno in montagna come ci andavi? Non era caldo come oggi, bisognava aspettare la primavera avanzata per mettere le mani sulla roccia. Sono rimasto per 10 anni, ho fatto anche il direttore, è un’esperienza che ricordo con piacere, anche se non parteciperei più a escursioni da 100 persone e 4 pullman. Ma voleva dire mettersi a disposizione del più debole, perché dovevano salire tutti. Lì ho conosciuto un sacco di gente con cui poi sono andato a scalare, fra cui Andrea Giorda che è stato mio compagno di cordata per anni, siamo diventati insieme istruttori della Gervasutti (mitica scuola di arrampicata torinese intitolata al Fortissimo, fondata fra gli altri da Giorgio Rosenkrantz, che perse la vita sul Monte Api nel ’54, NdR).

 

Invece fra i grandi alpinisti che racconti a quale ti senti più vicino?

Patrick Berhault. Eravamo coetanei. Ci siamo visti spesso a Torino o in giro, ma non è mai capitato di andare insieme in montagna. Era estremamente amichevole, bastava approfondire di poco la conoscenza e lui si ricordava di te, trattandoti da amico vero. L’ho sempre sentito vicino, tranne quando è morto: accidenti Patrick, ma a 50 anni, dopo tutto quello che avevi realizzato, dovevi proprio andare a fare tutti i 4000 d’inverno, non potevi darti una calmata? L’ho pensato come se fosse stato mio fratello. (Berhault morì sul Mischabel tentando il concatenamento degli 82 Quattromila, nel 2004, NdR).

 

Scrivi di Boivin: “Mi apparve improvvisamente prigioniero della propria scelta estrema, un eroe post-moderno incamminato su una strada senza ritorno”. Dice di quando la passione diventa ossessione. 

Incontrai Boivin per caso, salendo con mia moglie sul Bianco da Chamonix sulla funivia del Brévant, di ritorno da Parigi. Era una sera magnifica. Lo vidi salire con il suo parapendio e pensavo che fosse lì per insegnare, invece era per la sua dose di adrenalina. Ci conoscevamo già, mi disse “Qui è la follia”, perché il cielo era pieno di altri parapendii, mi salutò in fretta, corse per un prato gonfiando la vela e si lanciò nel vuoto anche un po’ malamente. Dopo tutto quello che aveva fatto, aveva ancora bisogno della dose. Perché questo diventa, una dose di cui non si fa a meno. Mi ha colpito molto allora sul Bianco, meno quando morì dal Salto Angel per uno spot pubblicitario, perché avevo capito che era entrato in un loop di euforia a tutti i costi. 

 

Tu come sei rimasto immune?

Non sono rimasto affatto immune. A un certo punto mi sono sentito drogato anche io, ogni domenica cercavo la mia dose, ma riuscii a capirlo in tempo. Non volevo entrare in quel loop. La mente te lo dice a un certo punto, mi erano tornate le vertigini che avevo da bambino.

 

Soffrivi di vertigini?

Sì. Ricordo a 11-12 anni che una volta mio padre mi accompagnò al Grand Tournalin, dopo che gli avevo rotto tantissimo per andarci, ma iniziai ad avere le vertigini, ero terrorizzato dal vuoto e non gli restò che portarmi giù. Mi sono sentito un idiota, perché volevo andare ma non ci riuscivo.

 

Poi sono passate?

Le vertigini le ho superate, probabilmente perché ci tenevo troppo a scalare, ma quando subentrava quasi l’obbligo ad andare e a fare sempre di più mi tornavano e mi sentivo insicuro, perché era come se la testa dicesse “stai esagerando, non sei più tu a volerlo”. 

 

Come ne sei uscito?

Verso i 24 anni, dopo 10 anni di montagna intensiva, avevo le vertigini fisse e qualcosa mi ha detto che dovevo cambiare. È iniziato un lunghissimo processo durato quasi 20 anni in cui ho scoperto tante altre montagne, ho fatto torrentismo, perfino surf, e finalmente stavo bene perché queste cose non mi provocavano angoscia e sono uscito da quel mood. Un intermezzo dove ovviamente è subentrata anche la famiglia, mi sono sposato, ho avuto figli.

 

Quando hai ripreso a scalare?

Ho ripreso con serenità verso i 40 anni, come faccio adesso, andando in posti tranquilli. Non ho più quell’ossessione, non è mai più tornata come la provavo a 25 anni, quando mi sono accorto anche che mi stava togliendo molte altre opportunità, fino a stravolgere i rapporti umani, perché mi costringeva a fare sempre il duro. La crisi netta che ho provato, quasi un esaurimento nervoso, è stata salutare alla fine, perché mi ha salvato, mi ha fatto scoprire molti altri significati in montagna.

 

Cos’hai trovato oltre la montagna adrenalica?

Anche grazie al mio lavoro e alle relazioni che ho costruito, mi sono interessato non solo della montagna scalata, ma anche di chi vive in montagna. Sono passato dall’alpinismo alle Alpi e ho aperto molti orizzonti.

 

Fra i 15 ritratti si distingue quello di Alexander Langer, di cui ricorrono quest’anno i 30 anni dalla morte.

Ho incrociato Langer un paio di volte. Una sul Monte Bianco nel 1989, per la giornata organizzata da Mountain Wilderness per la creazione di un Parco Internazionale del Monte Bianco (non ancora realizzato, come precisa Camanni nel libro, NdR). Aveva bisogno di essere accompagnato, noi alpinisti facevamo un po’ i duri, c’era la nebbia, invece lui fu così umile, che alla fine diventò tutto bello: eravamo in mezzo alla Vallée Blanche ed era come se fosse cresciuto in mezzo a noi, tanto che alla fine eravamo noi a seguire lui. Era così, timido e carismatico.

 

Langer non era un alpinista, ma ci ricorda quanto in montagna sia importante legare la frequentazione al rispetto dell’ambiente.

Pur essendo negli anni ’80 in effetti l’alpinista si concepiva ancora come una categoria a parte. Oggi tutti parlano di ambiente e gesti come quelli di Mountain Wilderness sembrano quasi normali, ma sacrificare una giornata di arrampicata allora era una scelta forte.

 

A un ragazzo che comincia oggi cosa consiglieresti?

Vedo i ragazzi dell’Eagle Team e mi sembrano uguali a noi un tempo. La passione non invecchia, i loro occhi brillano come i nostri, anzi, forse in una società come quella attuale sono molto più rivoluzionari loro. Consiglierei di seguire il proprio cuore, l’istinto, e di non farsi mai condizionare, mantenendo intatta la passione. Trovo bellissimo che oggi ci siano anche così tante ragazze: la passione annulla le differenze.