Lino Zani, l'uomo che ha sciato con il Papa. Il ricordo di Giovanni Paolo II

Lino Zani racconta la sua amicizia con Giovanni Paolo II, nata sulle montagne e consolidata tra sciate segrete, momenti di preghiera e profonde riflessioni sulla vita.
Giovanni Paolo II e Lino Zani in Adamello © Archivio Lino Zani

Sono trascorsi vent'anni dalla scomparsa di Giovanni Paolo II, un pontefice che ha lasciato un segno indelebile nella storia con la sua forza, spiritualità e straordinaria umanità. Tra le numerose testimonianze che svelano il lato più intimo di Karol Wojtyła, emerge quella di Lino Zani, maestro di sci, alpinista e conduttore televisivo, che ha condiviso con lui momenti indimenticabili in montagna.

Il loro primo incontro avvenne nel luglio del 1984 sull'Adamello, quando Zani, allora ventisettenne, accolse il Papa nel rifugio Caduti dell'Adamello alla Lobbia, gestito dalla sua famiglia. Quella che doveva essere una vacanza segreta si trasformò in un evento pubblico a causa della presenza del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, attirando l'attenzione dei media e dei fedeli. Ma nonostante il caos mediatico che caratterizzò quei giorni nacque un'amicizia che proseguì nel tempo, con Zani che accompagnava il Papa in diverse occasioni, organizzando anche uscite segrete sulle piste da sci. 

In questa intervista, Lino Zani condivide i ricordi più intensi di quei giorni straordinari accanto a un uomo che, anche lontano dal Vaticano, sapeva essere un maestro di vita.

 

Lino, come è iniziata la tua amicizia con Papa Giovanni Paolo II?

Tutto ebbe inizio nel luglio del 1984, quando il Papa decise di trascorrere una vacanza sull'Adamello. L'incontro nacque da una lettera d'invito inviata da un maestro di sci. Avevo 27 anni e i miei genitori gestivano il rifugio Caduti dell'Adamello. Dopo un sopralluogo Monsignor Stanislao Dziwisz ci informò con breve preavviso dell'arrivo del Santo Padre per una vacanza segreta. Il Papa arrivò accompagnato dal presidente della Repubblica Sandro Pertini. Così la vacanza segreta divenne di dominio pubblico, attirando l'attenzione dei media e dei fedeli. Quei giorni furono straordinari: sciammo insieme e nacque un'amicizia profonda. 

 

Cosa rimane di quei giorni sull'Adamello?

In questi due giorni si parlò di tutto: della Prima Guerra Mondiale, del rifugio nato sui resti di una caserma. Gli raccontai che a due chilometri da lì c’erano gli austriaci, e che su quel pezzo di ghiacciaio si combatté duramente. Capita ancora oggi che a volte il ghiacciaio restituisca i corpi dei soldati. E sempre qui i prigionieri polacchi venivano portati in prima linea per svolgere lavori di fatica.  Il Papa rimase profondamente colpito da questa storia. 

Così, a forza di raccontare, il Papa chiese di essere portato sulla linea del fronte. Trovò una roccia e si mise a pregare. Rimase lì per un’ora: fu il momento più intenso della mia vita. Eravamo tutti immobili. C’era un silenzio assoluto, e lui, con la sua forza interiore, pregava. Ho avuto la fortuna di vederlo per vent’anni pregare così, ogni volta che eravamo in montagna.

 

Fino a quando l'hai accompagnato?

Fino al 1994 andavamo a sciare. Poi, quando in primavera tornai dall’Everest, lo trovai immobilizzato a letto: era scivolato in bagno e si era rotto il femore. Da lì non sciammo più, e iniziammo invece a camminare. Ha continuato a camminare fino alla fine, nonostante il Parkinson. 

Negli ultimi anni quando partiva da Roma sembrava sempre stanchissimo, quasi senza forze. Ma appena arrivava in montagna si rigenerava. Per lui, la montagna era una terapia. Era un momento di solitudine, preghiera e pace. Anche quando sciavamo, ogni tanto si fermava e pregava, in quei luoghi dove lo sguardo poteva spaziare per chilometri.

Il Papa in Adamello © Archivio Lino Zani

Era un buon sciatore?

Era un appassionato sciatore, con uno stile elegante e sicuro. Amava la velocità, ma sempre con prudenza. Sciavamo fianco a fianco, e lui affrontava le discese con una gioia contagiosa. La montagna era il suo rifugio, il luogo dove poteva sentirsi libero.

 

Lino, toglici una curiosità: come si organizzava una “vacanza segreta” con il Papa?

Le uscite erano pianificate con discrezione. Un aneddoto carino è che il martedì era impossibile trovarlo in Vaticano. Spesso partivamo dopo la messa mattutina, con il Papa vestito da sciatore per passare inosservato. Come attrezzatura portava solo gli scarponi, numero 46, difficili da reperire. Sci e bastoncini li noleggiavo io per lui all’impianto e poi ci dirigevamo verso le piste. Andavamo a Campo Felice, vicino Roma. Alcuni, dopo un po’, lo riconoscevano, e gli impiantisti, sapendo della sua presenza, a volte gli preparavano persino la pista quando sapevano che del suo arrivo.

Un Martedì Grasso ricordo un bambino che si è avvicinato per chiedergli: "Ma tu sei il Papa?". Lui sorrise e rispose: “Sì, dai vieni. Scia con noi”. Poco dopo si è avvicinata, preoccupata, la mamma del bambino: "Con chi stai sciando?". E lui, con naturalezza: "Con il Papa!".

 

E la mamma?

Gli lanciò così tanti improperi, che quando se lo trovò davanti non sapeva più cosa dire (ride).

 

C'è un episodio particolare che ti è rimasto impresso?

Ce ne sono molti, ma uno in particolare riguarda una nostra conversazione in cima a una montagna. Dopo la mia spedizione sul Cho Oyu, mostrai al Papa la foto scattata in vetta con la croce che mi aveva donato. Lui la guardò lungamente e poi mi chiese cosa mi spingesse ad andare così in alto. Io risposi con semplicità, che noi montanari guardiamo sempre verso la montagna, ma solo salendola possiamo vedere cosa c'è dall'altra parte. Lui, ironico, mi disse: “Lino, vedi che dall’altra parte puoi andare una volta sola”. Amava scherzare, ma era anche molto profondo. Poco dopo infatti aggiunse: "Tutti abbiamo una cima da raggiungere, ma quando arriviamo sempre più in alto, la vera difficoltà è saper rinunciare e tornare indietro".

Quelle parole mi hanno segnato profondamente. 

Lino Zani in vetta al Cho Oyu, con la croce donatagli da Giovanni Paolo II © Archivio Lino Zani

Come ha influenzato la tua vita questa amicizia?

Stare accanto a una persona come Giovanni Paolo II ha cambiato profondamente il mio modo di vedere la vita e la fede. Da giovane maestro di sci, la mia relazione con la Chiesa era superficiale. Ero uno scapestrato. Ma attraverso le nostre conversazioni e i momenti condivisi in montagna, ho riscoperto una spiritualità autentica. Lui mi ha insegnato che la preghiera non necessita di un luogo specifico; la si può trovare ovunque, anche seduti su una roccia in alta quota. 

Per me era più un secondo papà che il Papa, si parlava di qualsisai argomento. Anche lui era stato findanzato da ragazzo, conosceva le debolezze dell’uomo.

 

Cosa ti rimane oggi di quei momenti?

Mi rimane il ricordo indelebile di un uomo straordinario, con cui ho condiviso esperienze uniche legate alla montagna, allo sci e alla spiritualità. Ogni volta che ritorno sui sentieri condivisi insieme sento ancora la sua presenza e rievoco le nostre conversazioni, le sue preghiere silenziose e la sua capacità di trovare Dio in ogni angolo della natura. 

 

Qual è l'eredità più grande che ti ha lasciato questa amicizia?

L'umiltà e la semplicità. Nonostante fosse il leader spirituale di milioni di persone, Giovanni Paolo II rimaneva sempre umile, accessibile, capace di gioire delle piccole cose. Questa lezione di vita mi accompagna ogni giorno, ricordandomi l'importanza di rimanere fedeli a sé stessi e ai propri valori, indipendentemente dalle circostanze.

Lino Zani e Giovanni Paolo II in Adamello © Archivio Lino Zani