Il riscaldamento globale in montagna: una tempesta perfetta!

Iniziamo una breve rassegna dedicata ai temi sviluppati al 101° Congresso Nazionale del CAI, svoltosi a Roma a novembre del 2023. Lo facciamo riportando la sintesi dell'intervento di Maurizio Fermeglia, in quello che vuole essere anche un ricordo e un ringraziamento al professore recentemente e improvvisamente scomparso.
L'intervento di Maurizio Fermeglia al 101esimo congresso nazionale del Cai © photo Emanuele Sanità / Paolo D’Intino

Il recente rapporto dell’Intergovernamental Panel on Climate Change - IPCC parla chiaro: l'uomo è responsabile dei cambiamenti climatici. Le ragioni principali del riscaldamento globale sono la deforestazione, l’uso del suolo e l’utilizzo di combustibili fossili tutte ragioni ascrivibili all'attività umana. Alla presentazione del rapporto, il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, rilancia l'allarme globale sulle conseguenze dei cambiamenti climatici, sottolinea l'attuale impreparazione a fronteggiare le minacce alla biosfera e alla nostra civiltà e raccomanda alle autorità politiche di tutto il mondo di intervenire: "Dobbiamo agire subito per limitare i danni, abbiamo i mezzi per farlo". Uno degli ambienti più sensibili nel quale gli effetti dei cambiamenti climatici risultano più evidenti è proprio l’ambiente alpino. L’elemento di partenza delle analisi degli scienziati è legato alla crescita della popolazione mondiale e delle relative migliori condizioni di vita che si estenderanno a strati sempre più ampi di popolazione. 

Le fonti di energia
Il consumo di energia è aumentato negli ultimi decenni. Nel 1912 per accendere il pianeta era sufficiente 1 TW di potenza. Le previsioni, ottimistiche, per il 2030 sono di 23 TW e per il 2050 di 30 TW. Il quadro energetico a livello mondiale mostra chiaramente come la maggior parte delle fonti di energia siano fonti fossili, sia nei dati storici che nelle previsioni. Purtroppo l’utilizzo dei combustibili fossili non sembra voler diminuire: petrolio e gas naturale continueranno ad essere la fonte energetica principale in tutto il mondo. Sembra quindi che il mondo sia destinato ad utilizzare combustibili fossili nei prossimi anni e, anche se energie alternative aumenteranno in maniera consistente, purtroppo nel 2040 rappresenteranno solo una modesta percentuale del quadro energetico mondiale. 
Era il 2009 quando John Beddington, consulente scientifico del governo inglese, per primo parlò della “tempesta perfetta di eventi globali” posizionando questo evento nel 2030. Beddington disse che “Se non affrontiamo questo concatenarsi di cause ci possiamo aspettare grandi destabilizzazioni, con un aumento di disordini e potenziali notevoli ondate migratorie a livello internazionale, in fuga per evitare le carenze di cibo e di acqua”. Il punto di partenza del ragionamento di John Beddington è l’aumento della popolazione mondiale (previsti 8.3 miliardi nel 2030) che inevitabilmente si rifletterà in una maggiore richiesta di cibo (aumento del 50% rispetto all’attuale), ma non supportata da una adeguata produzione. Analogamente la richiesta di energia si prevede aumenterà, nel 2030, del 60% ancora con una produzione non adeguata, mentre la domanda globale di acqua potabile aumenterà del 30% (50% in paesi in via di sviluppo e 20% nei paesi sviluppati). A causa del cambiamento climatico, entro il 2030, quasi la metà della popolazione mondiale vivrà in aree ad alto stress idrico, tra cui l’Africa che conterà tra 75 e 250 milioni di persone sottoposte a tale pressione. Purtroppo negli ultimi anni i cambiamenti climatici hanno avuto un incredibile accelerazione e non reggono i ragionamenti dei negazionisti che ascrivono i cambiamenti climatici ad eventi naturali e ricorrenti negli anni.

L’effetto serra
Utilizzare fonti fossili per produrre energia significa emettere in atmosfera CO2, principale gas serra. Le emissioni di CO2 aumentano di circa il 4% all’anno ed i maggiori responsabili di tali emissioni sono le fonti fossili di energia: combustibili liquidi e solidi per il 76.7%, quelli gassosi per 19.2%. Al terzo posto la fabbricazione del cemento con il 3.8%. Questa è purtroppo l’impronta dell’era industriale, il cosiddetto Antropocene. Quindi se vogliamo veramente ridurre l’emissione di CO2 allora dobbiamo limitare al massimo i processi di combustione di sostanze contenenti carbonio, incluse le biomasse. 
Le emissioni di CO2 ed altri gas producono il cosiddetto effetto serra. L’atmosfera si comporta come i vetri di una serra: come questi vetri, i gas lasciano passare le radiazioni solari che vengono parzialmente assorbite e parzialmente riflesse dalla terra: il calore ceduto dalla terra viene di nuovo riflesso dall’anidride carbonica. In sostanza l’effetto serra altro non è che una coperta che ci protegge e ci riscalda. Un aumento della concentrazione di CO2 ha l’effetto di rendere la coperta più spessa, quindi non ci sorprende che sotto alla coperta faccia più caldo. L’effetto serra, il suo funzionamento, ma anche la sua precarietà ed il suo equilibrio sono noti sin dal 1824 quando Fourier lo definì. Che cosa accade se questa coperta diventa più spessa? La risposta la troviamo ancora una volta nei report dell’IPCC. Al momento attuale si sta cercando disperatamente di contenere l’aumento della temperatura del pianeta a 1.5 anziché a 2° C: quel mezzo grado in meno, se raggiunto, potrebbe comportare notevoli differenze in positivo: sulla salute, sulla biodiversità delle piante e degli animali, sulle barriere coralline tropicali, sugli oceani, sulle possibilità di adattamento e sull’ambiente alpino.

Il Ghiacciaio Ciardoney ripreso dalla stazione fotografica S2 presso la stazione meteorologica, punto di arrivo del percorso glaciologico "Federico Sacco", nell'ambito del quale sono stati collocati alcuni cartelli indicatori delle posizioni storiche della fronte. Qui, secondo la cartografia Sacco, si attestava il margine del ghiacciaio intorno al 1930, oggi collocato oltre 800 m più a Ovest. © arch. Società Meteorologica Italiana

La situazione in montagna 
La montagna è un ambiente debole, in cui il rispetto degli equilibri climatici è fondamentale. Le montagne sono tanto IMPORTANTI quanto VULNERABILI. Le regioni fredde sono le più sensibili perché rispondono in maniera amplificata all’aumento di temperatura: circa doppio rispetto alla media del globo. Gli indicatori in montagna sono evidenti: ritiro dei ghiacciai, degradazione del permafrost, diminuzione della durata, estensione e spessore della neve al suolo, biodiversità in declino, cambiamenti negli ecosistemi. Il riscaldamento globale, oltre alla fusione dei ghiacci terrestri ha come conseguenza la diminuzione dell’albedo e l’aumento della radiazione solare assorbita (i ghiacci riflettono la radiazione solare, il terreno la assorbe). Come conseguenza il suolo si riscalda e questo amplifica ancora il riscaldamento.
La riduzione dei ghiacciai è un fenomeno generale: nelle Alpi, nella Ande, in Asia, in Alaska, in Patagonia avviene lo stesso ed il fenomeno è irreversibile. Un fenomeno collegato alla riduzione dei ghiacci in montagna, ma non per questo meno devastante è la fusione delle calotte ghiacciate in Artide ed Antartide. Fenomeno che porta ad un sensibile aumento del livello del mare, soprattutto per quel ghiaccio che giace su terreno come ad esempio in Groenlandia ed Alaska. Ma il riscaldamento globale ha anche come effetto lo scongelamento del permafrost. Il permafrost è ghiaccio intrappolato nel terreno che si è mantenuto tale a causa della rigida temperatura esterna. Questo ghiaccio, quando fonde, libera non solo CO2 ma anche metano, gas che, se liberato in atmosfera, contribuisce all'aumento dell'effetto serra 25 volte di più rispetto alla CO2, e materiale organico che è rimasto intrappolato in esso per migliaia di anni. Lo scongelamento del permafrost, benché più evidente nelle e zone fredde del globo, avviene anche in roccia ed è responsabile di frane e crolli.

Un ulteriore effetto del riscaldamento globale è la perdita di biodiversità. La riduzione dei ghiacciai e dei periodi di innevamento sta minacciando molte specie alpine. Si tratta di popolazioni animali e vegetali spesso piccole e isolate, altamente specializzate a vivere in condizioni estreme di bassa temperatura, con limitata capacità di dispersione, poco adattate ai repentini cambiamenti che il clima sta subendo, e facilmente soggette ad estinzione. L’attuale aumento di concentrazione di CO2 atmosferica e della temperatura stanno inevitabilmente producendo vari effetti sulla vegetazione delle ‘alte quote’: la copertura forestale è in aumento ed il limite degli alberi si è innalzato. A questo andamento di lungo termine si possono sovrapporre eventi anomali (es. tempesta Vaia, estati molto aride) che hanno prodotto effetti immediati sulle foreste delle Alpi, con abbattimento delle monocolture di abete o disseccamento di molti individui di specie poco resistenti alla siccità.

Conclusioni 
Senza una adeguate produzione di energia il mondo rischia la paralisi, ma è altrettanto chiaro che non possiamo andare avanti così con processi di combustione incontrollati, e gli esempi di abusi dell’uso di combustibili fossili sono tanti: a partire dal gas e dal carbone fino alla combustione di biomasse, che dovrebbe essere consentita solamente in impianti di cogenerazione sfruttando biomasse di scarto e senza produrre ulteriori rifiuti.
Negli anni il tema del riscaldamento globale è stato sistematicamente sottovalutato e mal gestito Inizialmente la posizione era “non è reale, non esiste un riscaldamento globale”. Più di recente la posizione è cambiata in “d’accordo è reale, ma non è causato dagli esseri umani, è un fenomeno naturale”. Adesso siamo purtroppo molto vicini alla catastrofe che sarà, tardivamente, preceduta da una presa di coscienza collettiva di consapevolezza del fenomeno. Speriamo che non sia troppo tardi.
Cosa fare? Alla luce del filo rosso che collega la più lunga recessione economica della storia contemporanea e la “tempesta perfetta” che ci attende nel 2030 è urgente investire oggi in infrastrutture e tecnologie che possano evitare domani danni incalcolabili. In pratica, occorre una massiccia espansione delle energie rinnovabili, e una convinta azione educativa verso comportamenti sostenibili. Il tempo per agire è adesso, ed il compito di tutti noi amanti della montagna è creare consapevolezza su questo tema: specie nelle giovani generazioni.

 

Maurizio Fermeglia © Cai


Maurizio Fermeglia si era laureato in Ingegneria chimica all’Università di Trieste nel 1980 e fu ricercatore alla Denmark Technical University. La lunga e prestigiosa carriera accademica e di ricercatore lo ha portato fino alla nomina a rettore dell'ateneo triestino. Direttore di dipartimento dal 2006 al 2012, presidente del Consiglio delle strutture scientifiche dal 2010 al 2012 e direttore della scuola di dottorato in Nanotecnologie all'Università di Trieste, svolgeva attività di ricerca nel campo della modellistica multiscala per la progettazione di materiali e per le scienze della vita, negli equilibri di fase e termodinamica applicata, nella simulazione di processo, molecolare, nelle nanotecnologie e nella nanomedicina. È stato direttore del dipartimento di Ingegneria chimica dell’Università di Trieste dal 2006 al 2012, presidente del Consiglio delle Strutture Scientifiche dello stesso ateneo, e direttore della scuola di dottorato in Nanotecnologie. Fermeglia, oltre a essere delegato del Wwf per la regione Fvg, faceva parte del Club alpino accademico italiano dal 1990 ed era Istruttore di alpinismo e sci alpinismo, oltre a essere stato operatore del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico. Era inoltre componente del Centro studi materiali e tecniche del Cai. Ha portato a termine numerose salite nelle Alpi, Ande e Yosemite Valley. 

Qui l'articolo che lo ricorda all'indomani della sua improvvisa scomparsa, avvenuta il 25 febbraio in Val Rosandra.