Il versante nord del Cervino © PixabayPoiché il Cervino è una piramide dalle forme apparentemente regolari, è difficile sfuggire alla tentazione di una narrazione ispirata a principi cartesiani: le quattro creste, le quattro pareti, le invernali, le solitarie, eccetera. In fondo anche gli alpinisti hanno seguito abbastanza fedelmente i suggerimenti geometrici della montagna, salvo il fatto che la piramide mostra delle anomalie strutturali ed è proprio su quei graffi che sono state scritte delle belle pagine. Le ultime.
La montagna più bella del mondo è il risultato di frane e crolli, e prima o poi il gelo e il disgelo ridurranno in polvere anche la Gran Becca per restituirla al mare. Come capita alle montagne, anche lui è diventato se stesso per sottrazione di pietra. Semplicemente, per una carezza del destino, la specie umana si è spinta sulle Alpi quando la cima del Breuil e di Zermatt aveva l’aspetto elegante di una massa a quattro facce e quattro creste, forse sei secondo un occhio più attento, anche se aveva già perso la punta e mostrava le screpolature che mettono pepe agli alpinisti: lo Scudo della parete sud, il Picco Muzio, gli strapiombi di Fürggen e il Naso di Zmutt.
Il Naso di Zmutt
Il Naso è bellissimo e spaventoso. Quando Walter Bonatti, nel 1965, scala da solo e d’inverno la diretta della parete nord, un realistico tentativo agli strapiombi di Zmutt appare ancora inconcepibile. Ma non è questione di anni, perché i tempi sarebbero maturi: è questione di sguardo. Bonatti segue ancora le linee classiche, dove la parete mostra segni di cedimento, mentre i giovani guardano oltre la verticale e sanno di poter tentare anche dove la montagna sembra dire no. In particolare ci pensano Alessandro Gogna e Gianni Calcagno, tra i più forti e ambiziosi della nuova generazione, e hanno fretta perché sanno che la guida di Cervinia Mirko Minuzzo ha la stessa idea e ha già lasciato dei chiodi in parete. Da sotto, il Naso sembra una scala rovescia e anche andargli addosso non è invitante: lungo avvicinamento, ghiaccio ripido, misto estremo. E poi non si sa come scendere in caso di maltempo: sembra una maledetta trappola. Infatti Gogna e Calcagno ci cadono nel 1968, quando, sorpresi dalla bufera, riescono rocambolescamente a ripiegare sulla cresta di Zmutt. Nel 1969 si mette meglio e Sandro torna con Leo Cerruti. Salgono decisi, metodici, con un tempo magnifico, ma le difficoltà sembrano aumentare a ogni lunghezza e l’orlo del Naso sembra salire con loro. Il vuoto è spaventoso. “Tutta l’esperienza di anni, tutte le astuzie imparate e l’intuizione di cui posso disporre devo giocarmele adesso. Perché, porca miseria, non ci sono fessure, non c’è niente, niente!” scrive Gogna a un passo dell’orlo. Per tre giorni fanno miracoli di equilibrio e si esercitano nella chiodatura più precaria, roba mai vista sul Cervino, e la struttura si difende perché è più solida e chiusa di quanto sembri. Il 17 luglio passano, perché è un 17 che porta fortuna.