Trekking Vittorio Lombardi al ghiacciaio del Baltoro nel 60° del K2

Organizzato dalla Sezione di Montecchio Maggiore del CAI, a memoria del concittadino Vittorio Lombardi, vice di Desio e tesoriere dell'impresa italiana al K2.

Il K2, foto di Flaviano Ghiotto

Siamo in venti, di età compresa fra i 25 e i 75 anni, e molti di noi sono alla prima esperienza extraeuropea. Nonostante qualche inevitabile problema fisico, il gruppo al completo ha raggiunto il campo base del K2 a 5100 metri di quota.
Tre giorni di viaggio sulle strade del Pakistan, in un crescendo di novità, di imprevisti e di emozioni, ci portano ad Askoli, ultimo villaggio della valle del fiume Braldo. Le case di Askoli sono poverissime, ma fra esse spicca una graziosa palazzina. E' il dispensario intitolato a Lorenzo Mazzoleni di Lecco, morto sul K2 nel '96. La dottoressa Maria Assunta Lenotti è molto conosciuta qui, perchè da molti anni vi passa i tre mesi estivi. Noi al ritorno le lasceremo tutti i medicinali che fortunatamente non abbiamo usato.

Da domani si proseguirà a piedi, risalendo la valle insieme con la nostra carovana di guide, cuochi, portatori e muli. Esattamente come fecero i primi esploratori italiani oltre un secolo fa e come, 60 anni orsono, fecero gli alpinisti che salirono per primi il K2. Si parte dal campo di Askoli per buon sentiero in discesa, ma ciò non deve illudere. Il percorso ben presto assume la sua vera fisionomia: un incessante saliscendi su sentiero o semplici tracce fra i macigni, su un fondo pietroso, o ghiaioso, o sabbioso, ma mai agevole da percorrere. I portatori passano veloci, senza muovere un sasso: sembra che solo sfiorino le pietre. Noi facciamo i conti con il caldo e con la sete, e quando si arriva a vedere il campo di Yuma, molto vicino, ma dall'altra parte del torrente, bisogna oltrepassarlo di tre km per arrivare al ponte.

Il giorno dopo, un ponte lo troviamo prima del campo, ma dopo qualche km notiamo che il campo di Payù è dall'altra parte della valle e ci tocca tornare indietro. Dopo Payù metteremo i piedi sul ghiacciaio del Baltoro, nei pressi della nera bocca dalla quale esce l'imponente e grigia massa di acqua del Braldo. Il ghiacciaio è coperto da strati di materiale morenico, sul quale ci apriamo faticosamente il percorso. Torrenti glaciali, pozze e piccoli laghi interrompono la monotonia del cammino, fintanto che l'attenzione non viene catturata dalle montagne che via via si mostrano: Payù Peak, Uli Biaho, Trango e Torri di Trango, la Cattedrale, la Torre Muztagh ecc. Un grande lago dall'acqua torbida, di recente formazione, ci sbarra il percorso verso il campo che si vede sull'altra sponda.

A Khoburtsè faremo sosta e l'indomani arriveremo, in mezza giornata, ad Urdokas. Campo accogliente, conosciuto fin dalle prime spedizioni, alto sul ghiacciaio e dal quale si gode un panorama su straordinarie pareti di granito.
Gli alpinisti della prima spedizione al K2, qui si fermarono alcuni giorni per l'acclimatazione. Noi, “giovani e forti” non ne abbiamo bisogno, non abbiamo tempo da perdere e proseguiremo. Ancora due giorni di strada sul ghiacciaio, la cui monotonia è rotta ogni tanto dalle candide formazioni delle “vele” ci portano al Circolo Concordia. Già prima di arrivare se ne intuisce la vastità. Dominato ad est dal Broad Peak e dal Gasherbrun 4, mentre a sud si stende l'imponente parete del Masherbrun e più oltre confluiscono i grandi ghiacciai, sui quali si affaccia la candida parete del Chogolisa. A nord, esattamente sotto la stella polare fa capolino la piramide del K2, che ben presto si mostra in tutta la sua imponenza.

Dal Concordia al campo base del K2 le caratteristiche del percorso non cambiano, a meno che la neve non le modifichi in peggio. Certamente quando da lontano si vede lo Sperone Abruzzi che affonda nel ghiacciaio Goldwin Austen, si percepisce che la meta è prossima e ciò mette le ali ai piedi. Una ultima distesa di pietre porta all'anonimo campo base, lo scopo del nostro viaggio. Più sotto, sui contrafforti della montagna luccicano le targhe del K2 Memorial, dove per primo fu sepolto Mario Puchoz. Dietro sale il ghiacciaio Filippi, che isola la piramide del K2 dalle altre montagne, mentre più a monte scende lo Sperone Abruzzi. Poniamo le nostre tende esattamente dov'erano quelle dei primi salitori, dov'era quella di Goretta Casarotto quando aspettò invano il ritorno di Renato. Il ricordo dei grandi italiani del passato aleggia nell'aria e conferisce a questi luoghi un fascino particolare.


Il memorial del K2
Scendiamo senza tracce per circa mezz'ora, e ci portiamo ai piedi dell'ultimo contrafforte della parete. Un buon sentiero consente di salire le rocce fino alla sommità, dove si trova la piramide di sassi con le targhe. Per cogliere la solennità del luogo è necessario conoscere un po' di storia del K2. Si noterà allora una modesta targa di alluminio che ricorda Aimone di Savoia, nipote del Duca degli Abruzzi, che nel 29, con Ardito Desio completò l'esplorazione della zona. A lato la croce di legno di Mario Puchoz, membro della spedizione italiana del '54 e morto di edema polmonare, malattia allora sconosciuta e scambiata per polmonite. Subito sotto abbiamo posto la croce in pietra e la targa dedicata a Renato Casarotto, morto banalmente nel '86 senza aver realizzato il sogno di aprire una via diretta alla vetta lungo la “Magic Line” Fra tanti nomi di sconosciuti, Artur Gilkey, al quale è intitolato il sito. Membro della spedizione americana del '53, fu colpito da flebite ed incapace di muoversi, si lasciò precipitare per consentire ai compagni di salvarsi. Qui abbiamo ricordato brevemente Vittorio Lombardi, bresciano di origine ma sepolto a Montecchio e gli amici alpinisti scomparsi negli ultimi anni, e certamente non esistono al mondo cattedrali altrettanto adatte a dare solennità ad una preghiera. Non abbiamo trovato invece la bella targa in acciaio, portata qui da alpinisti di Arzignano a ricordo di Casarotto, che recava incise la parole della canzone “Signore delle cime”

 

La dotazione dei campi
Tutti i campi sono ampi, panoramici e soleggiati fin dal primo mattino. Ad eccezione di Khoburtsè, sono dotati di servizi igienici: molte decine di spaziose casettine grige in fibra di vetro, con fossa biologica e camino di sfiato. Peccato che la manutenzione sia praticamente assente. Sul ghiacciaio le stesse casette sono montate su una piattaforma metallica, sopraelevata di circa 1 metro. L'aria che circola liberamente elimina ogni odore. Molti campi sono riforniti di acqua a mezzo di tubi che la vanno a prelevare più a monte. Ho sempre bevuto l'acqua dei tubi senza disinfettanti e senza problemi. Consiglio tuttavia una o due gocce di amuchina per litro. Ovunque esistono bidoni per la raccolta delle immondizie e la pulizia dei campi è discreta. Non so dove vengano buttate le immondizie, ma non ho visto discariche a cielo aperto. Vergognosa è invece la presenza dei militari sul Baltoro. Gli insediamenti sono realizzati con tende o casette prefabbricate, sporche e decrepite. Circondate da incredibili cumuli di immondizie e depositi di rottami di ogni tipo. I militari di presidio, mai in divisa, sono trasandati e sfaccendati. Oltre 200 km (duecento chilometri) di rottami di cavo per telefono e telescrivente sono sparsi lungo tutto il percorso.

Il ritorno
Le caratteristiche del percorso, fondo accidentato e a saliscendi non consentono di ridurre i tempi dell'andata. Aiutano di più la miglior acclimatazione e l'assuefazione al tipo di percorso. Noi siamo risciti a fare le seguenti tappe: Concordia - Gore 1 (saltando Gore 2); Gore 1 – Khoburtsè (saltando Urdokas) – poi Payù e Yula. Partiti alle 6 da Yula eravamo a mezzogiorno ad Askoli, dove abbiamo trovato le jeep e alle 19 eravamo a Skardu. Il cielo coperto e la temperatura fresca ci hanno consentito di recuperare 2 giorni preziosi sui tempi dell'andata. Abbiamo perciò potuto attendere a Skardu il volo per Rawalpindi, dove finalmente ci siamo concessi un giorno da normali turisti.

Franco Brunello

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