Recensione del film "Everest"

Il regista Kormákur, tra suspense e vertigini, denuncia a modo suo le ascensioni turistiche di massa che attrezzano montagne indomabili, enfatizzano la spettacolarità delle sue attrazioni e allargano a dismisura il campo base.

Everest è un film del 2015 diretto, co-prodotto e montato da Baltasar Kormákur (al cinema nel momento in cui scriviamo) che narra la disastrosa spedizione sull'Everest avvenuta nel 1996, raccontata nel saggio Aria sottile (Into Thin Air), scritto nel 1997 da Jon Krakauer.

Di seguito la recensione del presidente della Commissione TAM Piemonte e Valle D'aosta del CAI Lodovico Marchisio.

Tratto da una storia vera. Belle le immagini anche se i dialoghi e le scene più d’effetto sono state girate quasi tutte con effetti speciali negli studi cinematografici, ma ovviamente con più riprese di eccezionali visioni nei luoghi in cui si svolgono i fatti.

Riusciti e appropriati i dialoghi. Peccato che sulle scene in cui alcuni alpinisti si sacrificano per salvare la vita al loro compagno, si insista poco, tanto da lasciare allo spettatore l’interpretazione dei fatti accaduti. È vero altresì che non si può essere puramente romantici con la montagna, soprattutto se si è alpinisti e se da noi dipende la vita di altre persone.

Rob Hall capo spedizione, se ne rende perfettamente conto, ma si lascia convincere dal suo grande amico perché sa che quassù non potrà mai più ritornare spossato com’era. Quindi, anche se in ritardo sull’ora concordata per scendere, lo riconduce lui stesso sulla cima, ma l’Everest non concede errori o sentimentalismi di alcun genere.

Lassù alla quota della morte nulla è elargito senza conseguenze… Conosco per contro questo sentimento, per averlo provato personalmente su altre cime che, anche se molto più basse, hanno per noi alpinisti la stessa pericolosa infatuazione e seduzione ammaliatrice che superano in quell’attimo il concetto di incolumità della nostra stessa vita perché l’attrazione per la vetta è superiore a tutto, anche se ben sappiamo quando la ragione deve dominare la passione e il piacere che procurano le sfide estreme e i territori inesplorati.

E in questo film quel piacere Rob non vuole negarlo a Doug, amico e cliente che ha qualcosa da dimostrare a se stesso e ai bambini della scuola frequentata dai suoi figli. A un passo dalla vetta e in quella decisione azzardata sta il senso del “film di montagna” di Baltasar Kormákur, regista islandese, che polemizza sulla globalizzazione del viaggio snaturando esso la natura e i popoli che incontra.

Kormákur, nel suo Everest tra suspense e vertigini, denuncia a modo suo le ascensioni turistiche di massa che attrezzano montagne indomabili, enfatizzano la spettacolarità delle sue attrazioni (naturali e culturali) e allargano a dismisura il campo base. Questo film di certo congela gli aspetti eroici dell'alpinismo e smaschera la visione ludica dell'arrampicata, perché a quelle quote chi è meno filantropo dell’altro tenta di giustificarsi non sentendosi di accorrere in aiuto a chi lassù sta morendo senza gli interventi di chi si trova sotto ancora ai campi base avanzati, in attesa del loro arrivo. Per alcuni la legge della sopravvivenza ancora prevale, anche e soprattutto lassù! Un film di montagna comunque da andare a vedere e non solo per gli appassionati di questo genere.

Ringrazio come sempre la Mymovies.it, con la quale collaboro, per gli spunti che essa ci offre e che a volte riportiamo per la loro validità.

Red
Fonte: mymovies.it

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