Parco Nazionale della Majella, c’erano una volta i pastori

Un Socio CAI racconta l'escursione a Prannaserra, testimonianza della faticosa vita agricola dei residenti, e a Cantone Minco, dove si trovano tre grotte un tempo adibite a ricovero dei pastori e delle greggi.

Gli antichi ricoveri dei pastori

31 gennaio 2018 - Dal belvedere del Balzolo di Pennapiedimonte (CH, 710 m), Parco Nazionale della Maiella, mi incammino sul sentiero non ancora segnato, per arrivare a Prannaserra (Piano Coltivato, 950 m). Il sentiero è molto ripido, la traccia quasi scomparsa. Prannaserra è una testimonianza della faticosa vita agricola dei residenti, con i terrazzamenti che definivano i campi.

Si coltivavano patate e grano, si raccoglieva il foraggio per gli animali, c’erano alberi da frutto. Uscito dal bosco, si incrocia il sentiero del parco G1, in località La Croce (1055 m). Il cielo azzurro, l’assenza di vento, il caldo quasi estivo anche se l’umidità era alta, suggerisce di seguitare a camminare. Arrivo al rifugio Pischioli (1135m), “l’àrë dë li prìtë" (1206 m, ara dei preti), così chiamata perché i monaci benedettini che alloggiavano nel X secolo all'abbazia di Santa Maria, lungo il corso del torrente Avella, ci coltivavano il grano, che poi portavano alla grotta Fratanallo. Si tratta di una piccola dipendenza del monastero, utilizzata sia come zona eremitica e sia per il ricovero delle greggi per il pascolo

Decido di procedere per il Cantone Minco di Domenico, uno spuntone a 1318 m. Anche questo sentiero non è segnato, ma pur se abbastanza chiuso, è evidente. C’è ancora l’odore del passaggio delle pecore, piccole carbonaie, qualche rinforzo al sentiero per evitare le frane, la vegetazione invasiva, il dissesto idrogeologico. Dove pascolavano le pecore, per più di un secolo, il pastore aveva realizzato sulle rocce piane, le coppelle che sono incavi per raccogliere l’acqua piovana ed erano collegate fra loro con nervature. Erano utilissime per abbeverare il gregge.

Poco distante dal Cantone Minco ci sono tre grotte. La prima è la grotta Ieremon, rùtte Ieremeon/Adamo, poi la grotta Sargente, la rùtte Sargente /Angio Marino, quindi la grotta Sgaferza, Rùtte Sgaferze /Concezio. Queste grotte sono state adattate a ricovero e sono state costruite con un ottimo lavoro di ingegneria e architettura. Individuata la roccia, bisognava lavorarla, trasportarla e posizionarla. Un lavoro pesante! Da una stima, ci sono rocce il cui peso supera una tonnellata (1000 Kg). Mi pongo la domanda come hanno potuto i pastori (uso il plurale perché è impossibile che una sola persona abbia potuto farlo), alzare questi muri perpendicolari, curvarli e incastrare le rocce con precisione, grazie al taglio dello scalpellino. L’architrave all’ingresso ha la forma di una porta normale.

Il pastore che viveva in queste grotte, le ha arredate, si fa per dire. All’interno ha fatto qualche incavo per depositare il cibo, o depositare le siringhe che gli servivano per iniettarsi l’insulina in quanto diabetico (vedi grotta Sgaferza, Rùtte Sgaferze /Concezio). Ha creato scanalature sulla roccia per la raccolta dell’acqua, sia sorgiva che spesso gocciolava dalle pareti della loro grotta, che piovana. L’acqua occorreva per abbeverare il gregge e per le sue esigenze. Con professionalità ha realizzato nella roccia il gancio traforato ad anello che gli serviva per legare con la corda il mulo. Però bisognava anche guadagnare con il latte del gregge e spesso realizzava fuori un camino per preparare il formaggio e la ricotta.

Notare la volta affumicata della grotta Sargente, la rùtte Sargente /Angio Marino. La meditazione, il silenzio, l’osservazione suggeriscono alla mente un sesto senso per vedere e immaginare, per esempio, sculture non visibili, come il volto di una persona che emerge sull’alta parete che sovrasta questa grotta. È tutto naturale… gli occhi, il naso, la bocca.

Bisogna andare avanti ed abbandonare questo posto mistico per raggiungere La Rapina (1400m). La traccia di sentiero in un fitto bosco non è segnato, ma è molto bello. Si arriva alla prima Netta (Pianetta) dove c’è una fontana con acqua non potabile, va bene per dissetare la fauna selvatica. Poco distante, alla seconda Netta, c’è un’altra fontana con acqua potabile ed un’area da pic nic, per persone allenate.

Qui, anche per la nebbia che stava scendendo, la decisione è stata di tornare indietro. Prima di arrivare al Balzolo, ancora una deviazione per un fuori sentiero, che passa nella zona “lu ceràscë”, Il Ciliegio, dove c’è un rudere con delle incisioni da interpretare. In questa zona ricca di alberi di ciliegio, sono ancora visibili i terrazzamenti, era frequentata e coltivata dai residenti ed adibita a pascolo. In poco tempo si raggiunge La Pinna, La penna o Dea Maja, toponimi che non piacciono ai residenti. Loro chiamano questo caratteristico sperone roccioso con un grande arco naturale di roccia, Cimirocco (Cima della Roccia) e il sepolcro del dio Mercurio, Cimiroccione (Cima del Roccione).

  • Tempo di percorrenza A/R: 5 ore senza soste

  • Difficoltà: E/EE

  • Distanza: A/R 9 km

  • Dislivello: S/D 750 m


Le foto sono visualizzabili qui.

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