Nuova programmazione Ue 2014-2020: per una strategia nazionale delle aree interne e montane

Si vuole diminuire il divario in termini di servizi e opportunità tra le aree montane e le zone urbanizzate del Paese

Il documento "Nuova programmazione Ue 2014-2020: per una strategia nazionale delle aree interne e montane", redatto da Caire urbanistica per l'Uncem, pone in evidenza la necessità di sviluppare una strategia di sviluppo locale che sia attenta alle realtà delle aree interne e montane per superare la frammentazione del tessuto amministrativo. Quasi i due terzi dei comuni italiani infatti sono montani mentre il 60 per cento del totale dei comuni è di dimensione minima (per abitanti, economia e densità) coprendo il 47,8 per cento della superficie del Paese con una popolazione di 7,2 milioni di abitanti.

A ciò si aggiunge il dato secondo cui nel nostro Paese si contano 260 comunità territoriali, aggregazioni di comuni e dei loro sistemi locali che hanno una estensione interprovinciale e a volte anche interregionale. Per queste ragioni sviluppare un nuovo modello di governance presuppone una necessaria cooperazione tra i diversi livelli di governo che tenga presente anche la realtà delle aree interne e montane. Servizi, imprenditoria e tutela del territorio sono i temi su cui si concentra l'analisi che punta a far emergere le problematicità e le opportunità di crescita del paese a partire dal rilancio delle aree interne e montane.

L'analisi si concentra sulle cause del ritardo delle aree interne, che risultano essere per ragioni infrastrutturali e geografiche ancora lontane da una rete urbana integrata e interconnessa: si tratta infatti di territori poco accessibili con dotazioni di servizi insufficienti (l'83,6 per cento dei comuni nelle aree interne e l'86,5 per cento di comuni nelle aree montane sono "sotto soglia" nell'accesso ai servizi).

Inoltre, nell'ultimo decennio, le trasformazioni urbane hanno cambiato la geografia dell'accessibilità del territorio: si è passati da una moderata crescita delle periferie urbane pressoché uniforme in tutto il paese ad un divario tra il nord e il sud. Negli anni Novanta, con una popolazione che cresce di appena 200mila unità, i comuni che aumentano di centralità pesano quasi il 40 per cento al centro nord e per il 40,8 al sud. Sono soprattutto i comuni delle corone urbane e metropolitane di città che fanno registrare una diminuzione della popolazione. La forbice tra centro-nord e il sud si apre, all'inizio del secolo, con una crescita di oltre 3 milioni di persone: al centro nord infatti i comuni in crescita pesano per l'86,6 per cento della popolazione mentre al sud la percentuale si attesta sul 44,2 per cento. Con riguardo alla popolazione giovanile, invece, negli ultimi dieci anni il sud ha perso circa 460mila giovani (0-24 anni), 160mila solo nelle aree montane, mentre il centro nord ne ha guadagnati 540mila (40 mila nelle aree montane).

Rispetto invece alle opportunità nelle aree interne e montane il documento affronta anche il tema delle risorse naturali e ambientali, che rappresentano la principale riserva di valore per preservare il territorio dal rischio idrogeologico. Dal 1961 al 2010 la presenza delle aziende agricole si è ridotta al 54 per cento della superficie nazionale lasciando in stato di abbandono circa 100mila kmq di territorio, ovvero 1/3 della superficie totale del Paese: nelle aree montane la percentuale si attesta al 74 per cento.

Rilanciare il territorio pertanto vuol dire puntare non solo su migliori servizi, tutela dell'ambiente e governance multilivello, ma anche incoraggiare le risorse imprenditoriali presenti nelle aree interne e montane. Se si guardano, ad esempio, i numeri relativi alle imprese sociali in Italia emerge che dal 2001 al 2011 sono aumentate del 63,3 per cento nelle aree montane del centro nord mentre di circa l'80 per cento nel Mezzogiorno. Così come le imprese agrituristiche che negli ultimi dieci anni sono raddoppiate: si contano circa 7,3 imprese per 100kmq al centro nord e 2,5 imprese per 100 kmq nel Mezzogiorno. Anche la diffusione dei servizi culturali mette in evidenza lo spazio che si apre a nuove imprese che vogliono rinnovare l'offerta culturale e trasformarla in economia per attrarre sempre più giovani lavoratori e imprenditori nelle aree montane.

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