Montagna, natura e creatività per contrastare il bullismo, senza repressione

Claudio Morandini presenta il suo romanzo per ragazzi “Le maschere di Pocacosa”, pubblicato nel 2018 con CAI e Salani: “racconto una montagna da osservare con un occhio attento e con la pazienza di chi non vuole arrivare per forza e in fretta".

Morandini presenta il libro alle scuole (Trento, 2019)

15 aprile 2020 - La storia di un ragazzino (Remigio) che abita in un paese di montagna, perseguitato dai bulli che si scatenano durante i giorni di Carnevale, indossando terribili di maschere e distruggendo ogni cosa.  Un ragazzino che per sfuggire dai suoi aguzzini fugge in alta montagna e incontra Bonifacio, una sorta di eremita buono che vive tra i monti. Bonifacio gli insegnerà ad ascoltare i suoni della natura, a percepire ogni odore, a capire ogni verso degli animali e tanto altro. Insegnamenti che consentono a Remigio di costruirsi un costume fantastico, composto con i soli elementi del bosco, con il quale tornare a Pocacosa e affrontare (senza violenza né spirito vendicativo) i terribili bulli.

Sono queste, in breve, le vicende narrate nel romanzo per ragazzi Le maschere di Pocacosa di Claudio Morandini, pubblicato nel 2018 da CAI e Salani per la collana “I caprioli”.

L'autore, un insegnante valdostano che abbiamo intervistato, spiega: “la trama è fatta di ingredienti, che poi ho mescolato in modo darne venire fuori una storia. Di sicuro c'è la montagna, con un villaggio immaginario ma tutto sommato abbastanza verosimile come Pocacosa. Poi c'è un ragazzino, Remigio, piuttosto inquieto e sofferente, molto intelligente e forse all'inizio un tantino presuntuoso. Atri ingredienti sono ovviamente le maschere e questo terribile Carnevale che imperversa  una volta l'anno per le strade di Pocacosa. Altro elemento importante è rappresentato da Bonifacio, un vecchio misterioso, saggio in un modo tutto suo”.

Il personaggio di Bonifacio è legato alla tradizionale aura di mistero che avvolgeva cime agli occhi degli abitanti di fondovalle?
“Bonifacio è di sicuro un personaggio misterioso, che è riuscito a trovare un'intesa molto personale e segreta con l'ambiente in cui ha deciso di rintanarsi,  quell'alta montagna dove di sicuro non va a vivere nessuno, dove si passa soltanto per salire le cime, dove sembra non ci sia niente di umano, di accessibile e di facile. Oltre a questo è di sicuro un personaggio che non corrisponde all'immagine che gli altri hanno di lui: in paese ha la fama di essere un assassino, un essere minaccioso, qualcuno che in passato ha combinato chissà cosa. Il suo ritiro in alta montagna è diventato una specie di fuga per motivi innominabili. Il piccolo Remigio imparerà a conoscerlo un po' alla volta e capirà che tutto quello che si dice di Bonifacio non corrisponde alla realtà”.

Bullismo e montagna sono gli assi portanti del libro: quali sono i messaggi che vuoi mandare ai giovani lettori su questi due grandi temi?
“Non avevo in mente di scrivere una storia sul bullismo, che si è imposto da sé, d'altra parte nessuno va a cercare i bulli, se li trova addosso all'improvviso. Nella storia è capitato questo: i bulli si sono intrufolati attraverso l'idea di questo villaggio che una volta all'anno si riempie di mascheroni mostruosi. Non so se il romanzo sia il luogo ideale per affrontare un tema così urgente e delicato, però forse qualcosa viene fuori, attraverso le parole di Bonifacio e attraverso l'apprendimento di Remigio. Forse il messaggio è che bisogna imparare a muoversi con prudenza, a osservare le cose con attenzione. Non limitarsi alle prime impressioni, ma ragionare e ascoltare anche i propri sensi, essere umili, rispecchiarsi negli altri. Alla fine del romanzo viene fuori che il modo più inaspettato e giusto per affrontare l'aggressività del bullo è quello di sorprenderlo con un gesto spiazzante di bellezza, in modo da smascherarlo, da togliergli forza e renderlo simile a noi”.

Tu sei un insegnante. Come valuti l'allarme bullismo di questi ultimi tempi?
“E' una questione che le scuole devono affrontare attraverso un lavoro di attenta osservazione delle dinamiche che si creano all'interno delle classi. E' un tema ampio e delicato, i romanzi ci possono arrivare un po' di striscio, ma la questione vera è che occorre esercitare la ragione e la scientificità per affrontarlo. Secondo me i mezzi repressivi non sono la risposta giusta e nemmeno la più efficace. Bisogna capire le più contorte ragioni che hanno spinto il bullo ad agire, senza naturalmente giustificare il suo atto”.

Tornando alla montagna, il protagonista del libro realizza il suo costume per affrontare i bulli utilizzando elementi naturali del bosco e della montagna. E' un invito per i bambini e i ragazzi a scoprire un ambiente che non vivono più adeguatamente in prima persona?
“Sì, è un invito a osservare la montagna con un occhio attento e con la pazienza di chi non vuole arrivare per forza e in fretta da qualche parte. Quindi il romanzo è pieno di piccole cose ed elementi che si concretizzano in un bellissimo costume, che aiuterà  Remigio nel suo trionfo finale. L'idea era proprio quella della montagna, per così dire, 'povera', una montagna che ci sta accanto e di cui non ci accorgiamo mai, una montagna fatta di oggettini, animaletti e pezzettini, che è comunque vitale e dinamica. E' quella che mi interessa di più, quella bella non solo da guardare, ma anche da toccare e annusare”.

In occasione delle presentazioni con le scuole come valuti i commenti e il coinvolgimento dei ragazzi?
“Ho incontrato tante classi in giro per l'Italia, è stata un'esperienza davvero esaltante. I giovani lettori entrano nel libro, lo abitano, si pongono una serie di domande incredibili e sono anche molto critici nel cercare un senso e una giustificazione. Le cose che li hanno colpiti di più sono innanzitutto il mistero: ci sono tante domande e non tutte hanno subito una risposta. Remigio si trova catapultato in una situazione oggettivamente pericolosa, ma anche misteriosa ai limiti del fantastico. Altri sono rimasti molto colpiti, e un pochino disorientati, dalla crudeltà esercitata dai bulli con i mascheroni. Naturalmente non basta spaventare il lettore e lasciarlo con il suo spavento, bisogna poi ricomporre la cosa, aggiustare, giustificare, trasformare l'atto di violenza in qualcosa di diverso. Forse gli alunni che ho incontrato non si aspettavano di trovare in un libro per ragazzi questa robusta dose di crudeltà e di violenza”.

Guarda l'intervista video su Youtube.

Lorenzo Arduini

 

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