Mick Fowler, un presidente in stile alpino

Ospite del Palamonti l’illustre alpinista che è alla guida dell’Alpine Club

Mick Fowler (R.Serafin/Lomar)

Il tappeto rosso delle grandi star viene idealmente steso al Palamonti di Bergamo per Mick Fowler, presidente dell’Alpine Club. Ospite d’onore alla rassegna “Il Grande Sentiero”, il suo incontro con il pubblico nel rifugio in città del CAI era fissato per domenica 18 novembre mentre sabato Fowler ha dialogato (piacevolmente, come sempre) con una delegazione del CAI guidata dal presidente Piermario Marcolin. Reduce da una recente brillante prima salita nell’Himalaya Indiano, l’alpinista inglese ha parecchio da raccontare. L’incontro con il pubblico si è iniziato nel pomeriggio di domenica alle 18, quando l’alpinista ha presentato il suo libro intitolato “Su ghiaccio sottile – La normalità delle imprese straordinarie” pubblicato da Alpine Studio nel 2010. In serata, alle 21.15, Fowler ha mostrato poi, affiancato dall’interprete Luca Calvi, le immagini delle sue tante scalate dalle falesie di casa al Changabang in India, allo Spantik in Pakistan, dal Siguniang nello Sichuan (per cui vinse il Piolet d’or con Paul Ramsden) fino al recente Shiva di nuovo nell’Himalaya indiano. La serata si inserisce nell’ambito della rassegna “Il Grande Sentiero – habitat, culture, avventure” .

DIRIGENTE D’AZIENDA. Londinese, classe 1956, Fowler è dirigente d’azienda e padre di famiglia. Il prestigioso Piolet d’or lo ha consacrato tra le star internazionali. Più sommessamente la Valtellina gli ha reso recentemente omaggio nell’estate del 2011 con una “pigna d’argento” che gli è stata consegnata dal presidente generale del CAI Umberto Martini, in luglio, al termine della rassegna “La magnifica terra”. E’ stato un incontro tra uomini di grande schiettezza che, ognuno a modo suo, alla montagna dedica sogni e aspirazioni.

STILE ALPINO. Dal libro “Ghiaccio sottile” pubblicato dal suo editore italiano Andrea Gaddi si apprende che, partendo da una lunga stagione di conquiste sulle pareti invernali della Scozia e di salite estive sulle scogliere e le falesie di arenaria della sua isola, nel 1976 Fowler si getta nelle ripetizioni delle vie più classiche delle Alpi (le nord del Cervino e dell’Eiger) e affronta il ghiaccio del Monte Bianco. “La mia specialità? L’alpinismo pulito in stile alpino, possibilmente in aree poco esplorate o anche sconosciute agli occidentali”, dice rispondendo alle domande dello Scarpone.

GHIACCIATORE. La sua predilezione per l’arrampicata su ghiaccio lo ha portato in Perù nel 1982, dove è riuscito a salire una via nuova sulla parete sud del Taulliraju in sole due settimane (voli da e per Londra compresi); nel 1983 ha salito il couloir ovest del Kilimanjaro, nel 1986 la parete ovest del Monte Ushba, in Caucaso.
Poi, il colpaccio: in Pakistan scova assieme all’amico Saunders un pilastro alto duemila metri, e vi traccia una delle vie di ghiaccio e misto più difficili dell’Himalaya, il Golden Pillar dello Spantik. Dal 1989 è un susseguirsi d’imprese di ampio respiro, sempre in luoghi sconosciuti e su vette perfino inviolate. Nel 1997 compie la prima ascensione all’inviolata parete nord del Changabang (Himalaya Indiano), lungo una linea di bave di ghiaccio sottile.
Nel 2002 scova nella regione del Sichuan, in Cina, uno dei couloir più alti e affascinanti della Terra. Con Ramsden sale la parete nord dello Siguniang. Quella colata di ghiaccio, non-stop per oltre 1000 metri, conferisce a Fowler e a Ramsden il Golden Piton 2002 e il Piolet d’Or per l’edizione del 2003.

COME CASSIN. “Tutte le mie esperienze”, precisa Fowler, “sono avvenute nel periodo delle ferie e all’insegna del relax. Come, più o meno, fate voi italiani quando andate a spassarvela in Grignetta. E come ha sempre fatto l’indimenticabile Riccardo Cassin che all’alpinismo riservava le parentesi concesse dal suo lavoro d’imprenditore”. In trent’anni di scalate, Fowler può “vantare” solo una ferita e una piccozza conficcata nel gomito. “Pura fortuna, ma poteva anche andarmi meglio quella volta della piccozza se non fossi incappato in una piccola valanga”.

LE COLPE DELL’ALPINISMO. Fowler trova che oggi la nostra società sia ossessionata dalla ricerca della sicurezza a tutti i costi. “E’ una cosa che mi dà piuttosto fastidio. Un sacco di gente o di enti non vedono l’ora di darci un certificato che ci consenta di scalare. Più in generale, sono dell’opinione che ogni singolo individuo dovrebbe assumere una maggiore responsabilità delle proprie azioni”. Ma l’alpinismo oggi ha anche delle colpe? “Certo che ne ha. Soprattutto quando l’alpinista si impone di raggiungere la vetta a ogni costo. Corde fisse e spit sono il risultato di una mentalità sbagliata: quella di chi non accetta il fatto che la montagna può anche respingerci. La rinuncia non deve mai rappresentare un atteggiamento di cui vergognarsi. Può capitare. Importante è lasciare le montagne in buone condizioni, così come le abbiamo trovate”.

Ser

 

Segnala questo articolo su:


Torna indietro