Apuane, processo alle cave

A Massa e a Fivizzano due giornate di contradditorio chieste dal CAI per discutere di cave e futuro

Il passo della Focolaccia

Venerdi 13 aprile nella sala consiliare della Provincia a Massa e martedi 17 a Fivizzano si sono svolti due giornate di discussione organizzate dal Parco Regionale delle Alpi Apuane tra associazioni ambientaliste, capofila Club alpino italiano e Italia Nostra, amministrazioni locali e imprese per discutere su alcune cave che estraggono marmo sugli alti crinali apuani, e in particolare sul Monte Tambura e sul Pizzo d'Uccello, nel cuore di un territorio incluso nella lista degli 88 geoparchi della rete UNESCO (8 in Italia) dove insistono numerosi siti di interesse naturalistico inclusi nella Rete Natura 2000 della CEE.

Sintetico contradditorio. A dire il vero, le associazioni ambientaliste avevano chiesto un’inchiesta pubblica, un procedimento più lungo che il Parco non ha voluto concedere facendo invece ricorso allo strumento del “sintetico contraddittorio” previsto da una legge regionale del 2010 che fino ad oggi non era mai stato utilizzato: due giornate di dibattito moderato dal Parco per ascoltare le posizioni di tutti, ambientalisti e cavatori, prima di rilasciare i necessari nullaosta ai piani di escavazione.

Il Parco e le cave.L’incontro è stato un primo passo per avvicinarsi a quegli “stati generali delle Apuane” sognati da Giuseppe Nardini, il compianto presidente del Parco scomparso all’inizio di aprile, il quale ha sempre cercato di conciliare le esigenze di tutela e quelle economiche di un’area svantaggiata. Un percorso evidentemente irto di ostacoli, tanto che da anni non si riesce a trovare un accordo sul Piano per il Parco proprio per via delle 70 cave considerate aree “contigue” pur insistendo nel cuore dell’area protetta più grande della Toscana. Due le commissioni del Parco che dovranno decidere in merito all'impatto ambientale e all'incidenza strategica sul territorio delle cave in discussione. Fra i 12 membri del Consiglio direttivo dell'Ente, 2 posti spettano di diritto ad associazioni scientifiche e ambientaliste, qust'anno rappresentate da CNR e LIPU. Per la cronaca, il rappresentante di LIPU Riccardo Forfori risulta essere anche fratello di uno dei tecnici della Focolaccia Srl che ha presentato domanda.

Sul crinale deturpato. Circa sessanta persone tra amministratori pubblici, cavatori e associazioni hanno affollato la sala della Provincia a Massa per discutere i nuovi piani presentati da due cave che insistono sul versante massese della Tambura: quella del Padulello, chiusa dal 2009 ma che ha estratto per oltre due anni in spregio alle disposizioni comunali, e quella di Piastra Marina (23 addetti in tutto tra monte e piano, 150mila euro all'anno di tributi nelle casse del comune di Minucciano) per la quale è stata chiesta una proroga e una variante sul lato massese che porterebbe a un ulteriore abbassamento del passo, con successivo scavo in galleria, da quota 1609 a quota 1581. Proroga e variante già approvate dal Comune di Minucciano (LU) su cui ricade gran parte della cava, ma bocciata senza appello dal sindaco di Massa Roberto Pucci che ha detto: «Il Passo della Focolaccia con lo storico rifugio Aronte del CAI è già stato deturpato in maniera irreversibile e la nostra amministrazione non vuole rendersi corresponsabile di questo scempio. Scavino pure dalla parte di Minucciano, per quanto ci riguarda è un capitolo chiuso».

Il contratto in enfiteusi. Ora però il Comune di Massa dovrà dimostrare di essere ancora titolare dell’area dopo che nel 2006 un suo dirigente ha dato in concessione la cava - senza peraltro averne titolo secondo l’ex magistrato Alberto Bargagna, consigliere centrale del Club alpino, che ha presentato una dettagliata relazione sull’assurdità di simili contratti basati ancora sui codici estensi che assimilavano gli “agri marmiferi” a campi coltivati – con un contratto in enfiteusi che prevede tra l’altro l’obbligo di migliorare il fondo in concessione. In questi 120mila mq di area data in concessione alle cave rientrano anche i 35mila mq dello storico rifugio Aronte, di proprietà del CAI ligure sin dal 1912. Il rappresentante della TAM toscana Luca Tommasi ha chiesto di considerare i sentieri e i rifugi come recettori sensibili nella valutazione dell’impatto acustico delle cave, visto che il frastuono dei macchinari al passo della Focolaccia (e presso il vicino rifugio Aronte, punto di appoggio sull’Alta Via delle Apuane) raggiunge i 63 decibel. Proprio in virtù di questo frastuono il Comune di Massa ha classificato nel 2010 il passo come “area industriale”, aprendo di fatto le porte al proseguimento dell’escavazione. Lascia dunque qualche dubbio la coerenza del sindaco di Massa che, in scadenza di mandato, ha dichiarato di "non volere essere corresponsabile dello scempio" sottraendosi poi al contradditorio.

Il no di Casola in Lunigiana. Su due delle tre cave che hanno presentato i nuovi piani di escavazione sul Pizzo d'Uccello sono state espresse forti criticità dalle amministrazioni locali. Il particolare il comune di Casola ha deliberato di negare di fatto l'autorizzazione a proseguire l'attività di estrazione sul Pizzo. Mentre il comune di Fivizzano ha espresso riserve ma ha rimandato la decisione al nullaosta del Parco.

Cartografia “politica”. Un altro mistero riguarda la cartografia ufficiale ancora utilizzata dal Parco, che deve valutare e controllare le 70 cave che, pur scavando nel cuore del massiccio, sono considerate “contigue” all’area protetta: un paradosso che dura da quando nel ’94 la Regione intese salvare le cave (che erano state sequestrate dalla magistratura di Lucca per incompatibilità ambientale) e ne affidò al Parco il controllo. Un compito imbarazzante e ingombrante per un ente nato per preservare e promuovere l'ambiente. Particolare interessante. Sulla carta ufficiale del Parco i confini delle cave sono tracciati con tratto grossolano e non tengono conto nemmeno delle curve di livello. Un particolare che non è sfuggito alla presidente di Italia Nostra Franca Leverotti: «Ci si chiede perché il Parco deva basarsi su simili mappature assai poco scientifiche e perché non abbia invece acquisito la cartografia 1:5000 prodotta dall’Ufficio Marmi della Giunta Regionale (Ertag) negli anni Ottanta» ha rilevato Leverotti suscitando qualche imbarazzo in sala.

Pericolo per le acque. Particolare preoccupazione è stata espressa da Elia Pegollo dell’associazione la Pietra Vivente che ha fatto riferimento a un dossier della Federazione speleologica toscana riguardo ai pericoli di contaminazione delle acque. «Le fratture beanti e i numerosi inghiottitoi carsici presenti nelle aree di cava portano in pochi secondi alle sorgenti presenti ai piedi del massiccio che approvvigionano gli acquedotti della Provincia» ha spiegato Pegollo. «Basta andare alle sorgenti del Frigido dopo una pioggia per constatare che vomitano marmettola e fanghi». Molte rassicurazioni sono state fornite in proposito dai tecnici della cava che hanno mostrato in dettaglio come oggi la gestione ambientale sia molto diversa da quella di un tempo, e preveda tra l’altro la regimazione delle acque piovane, il riutilizzo e la depurazione delle acque, la pulizia accurata dei piazzali di cava e lo smaltimento, documentato in appositi registri, degli oli esausti e dei detriti.

Costi e benefici. Il Parco dovrà ora esprimere le valutazioni di impatto ambientale e di incidenza sul territorio di queste due cave (e di altre tre sul Pizzo d’Uccello) valutando attentamente costi e benefici per l’interesse pubblico. «Una scelta non facile che l’incontro di oggi, con molti interventi ben documentati, aiuterà a ponderare meglio» ha sottolineato il professor Massimo Morisi in veste di garante per la Regione. «Al di la delle cinque cave di cui si discute e delle poche decine di posti di lavoro che offrono a fronte di un danno ambientale irreversibile è importante che sia iniziato un dibattito pubblico serio e civile su questi temi di interesse comune. Perché la risorsa marmo non è eterna, ed è comune interesse preparare una riconversione sostenibile per le future generazioni» ha chiosato il professor Morisi. Poi ci saranno le valutazioni del Parco, un test importante per un territorio che cerca di guardare oltre la monocoltura del marmo.

 

Maser

 

 

 

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