L’arte di Amatrice e di Accumoli salvata dal sisma in mostra a Roma

Visitabile fino all'11 febbraio 2018 l'esposizione di 34 opere provenienti da chiese e strutture religiose cittadine e rurali andate distrutte: antiche tavole e dipinti su tela, manufatti di arredo liturgico e sculture.

Una delle opere in mostra

2 febbraio 2018 - Si chiude l’11 febbraio la mostra che lascia il cuore gonfio di commozione. A Roma, presso il Museo Nazionale Romano alla Terme di Diocleziano (dirimpetto alla Stazione Termini), in uno dei musei archeologici più belli e suggestivi d’Europa, si può ancora visitare Rinascite. Opere d’arte salvate dal sisma di Amatrice e di Accumoli (9 - 19,30, chiuso lunedì).

Sono allineate ben 34 opere provenienti da chiese e strutture religiose cittadine e rurali andate distrutte, e sono opere che mostrano ancora le ferite del terremoto, hanno impresso nella materia il dramma di un evento così devastante per la conservazione, già difficile, del patrimonio artistico di territori decentrati, o sempre più spopolati

Quando i beni culturali muoiono, come accade per gli esseri umani, si apre irreversibilmente un vuoto. Ci accorgiamo di questa interruzione incolmabile: di memoria, bellezza e cultura, di identità e di appartenenza, non da ultimo di risorsa turistica ed economica. Ecco perché questi 34 oggetti dal Medioevo all’Età Moderna (antiche tavole e dipinti su tela, manufatti di arredo liturgico e sculture), ci parlano metaforicamente più di ogni altra testimonianza di commozione e di rimpianto. Hanno resistito per tutti questi secoli superando altri terremoti (quello più documentato è del 1703), invasioni, guerre; ora sono superstiti silenziosi, testimoni muti e fragili, sono le rarità di un mondo che non c’è più, di borghi e paesi che non ci sono più.

Chissà quando Amatrice e Accumoli verranno ricostruite e come. Sono le opere d’arte, il patrimonio culturale la spinta per ricostruire il volto di quella storia nel rispetto di ciò che è stato senza falsificazioni. Ancor più unici questi “pezzi” oggi decontestualizzati, sciupati e bisognosi di restauro e di una “casa”, di un museo pubblico dove possano ritornare a vivere, sembrano trattenere addosso un po’ della polvere dovuta alla sequenza sismica. Alcuni hanno ancora la velinatura per scongiurare distacchi del colore, sembra cerotto bianco sulle piaghe.

Tutti possono contribuire alla conservazione di questi beni facendoli tornare in vita: visitando la mostra, chiedendo che non vengano dimenticati e battendosi per questo, oppure effettuando una donazione liberale attraverso l’Art Bonus (agevolazione fiscale fino al 65%, www.artbonus.gov.it).

Tante opere sono ora ricoverate e protette nel deposito di Cittaducale, allestito dall’Unità di crisi di Coordinamento Regionale per il MIBACT. Spenti i riflettori dell’emergenza, dovrebbe nascere una nuova mobilitazione internazionale che coinvolge le tante associazioni per favorire, promuovere e curare un progetto di rinascenza delle opere d’arte e delle chiese ancora restaurabili tra Accumoli e Amatrice. E questa mostra potrebbe essere il punto certo da dove ripartire.

Curata da Alessandra Acconci e Daniela Porro direttrice del Museo, oltre a mostrare ciò che forse non abbiamo mai visto perché era da sempre lì, facilmente raggiungibile, ha il merito non scontato di mostrarci l’ibridismo di temi e  contaminazioni di stili (laziale, marchigiano, umbro-abruzzese). Ciò che più colpisce è la sincerità popolare di alcuni linguaggi devozionali che convivono, in altre opere, con una matura raffinatezza stilistica, aggiornata su prototipi più cittadini.

E qui si apre un altro tema, l’eterno contrasto tra “provincia ed impero”, marginalità e centralità. E’ la marginalità di questo universo valligiano ad essere la sua sorprendente forza: perché si tratta di una cultura sedimentata lentamente nel tempo, capace di conservarsi più a lungo, di resistere alle mode e al cambiamento. Qui si può vedere un altro Medioevo, un altro Rinascimento, un altro Barocco che risentono delle volte  della cultura figurativa più illustre, romana, fiorentina e nordica grazie alla spinta dei committenti o dei donatori come la potente famiglia Orsini.

A chiusura del percorso espositivo, inchioda l’attenzione il video su immagini e numeri del terremoto. Meno efficaci, istantanee e comuni le grandi fotografie allineate in mostra con lo scopo di contestualizzare la geografia e lo stato d’emergenza in cui si sono trovati i beni culturali, anche archivistici, dopo il sisma. Il bel catalogo Electa contiene, oltre le schede delle opere e i testi degli specialisti (Rosselli, Occhetti, Acconci e Boeri), un breve testo del noto scrittore Paolo Rumiz  sulla resistenza dell’Appennino e sul rischio del collasso dell’Italia minore. Un monito che fa riflettere: dopo il sisma tocca a noi saper costruire bene sull’esempio degli artisti e degli artigiani di un tempo, non finire di distruggere, pasticciare o anche solo dimenticare ora che mobilitazione e solidarietà hanno esaurito il loro enorme slancio iniziale.

Ines Millesimi

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