La comunicazione tra immagine a tempo zero ed esperienza del corpo nelle parole del presidente del CAI Popoli

Una nota di Claudio Di Scanno a margine del Convegno Nazionale del CAI sulla Comunicazione svoltosi al PalaMonti di Bergamo il 14 maggio 2016.

Un momento del convegno di Bergamo

L'evento di Bergamo sulla Comunicazione e il CAI ai tempi dei social network è di quelli che si affermano subito per l'attenzione verso i motivi dell'urgenza di riflessione e di confronto sulle prospettive di lavoro nei territori della Comunicazione.

Un “sentire” puntuale e sensibile su uno degli aspetti fondamentali della presenza del Club alpino italiano al tempo di Internet. Vale a dire al tempo della velocità con la quale l'immagine e la scrittura sintetica si dispiegano nello spazio relazionale per dare luogo ad una informazione in tempo reale, addirittura nel “mentre” dell'accadimento – come lucidamente ricordava Stefano Pallotta, Presidente dell'Ordine dei Giornalisti d'Abruzzo. Un fattore che risponde al desiderio stesso, antropologicamente determinatosi sulla scia di una profonda modificazione dei livelli di relazionalità virtuale, di condividere l'immediatezza dell'atto, dell'evento, dell'azione fisica.

Nella realtà, l'esempio della foto di vetta inviata su whatsapp e/o pubblicata su Facebook lì e in quel momento afferma una certa ansia di condivisione la quale, elaborata dai riceventi, riverbera nei gruppi e si moltiplica esponenzialmente sui profili facebook, amplificando così l'aspetto informativo connesso all'azione. La potenza del sincretismo atto/riverbero visuale esaurisce di fatto il livello informativo primario: sono arrivato in vetta, guardatemi tutti, sono quassù, adesso! Immediatamente esploderanno Commenti e Condivisioni, i Mi Piace con tanto di simpatici mostriciattoli emoticon dalle più svariate espressioni grafico-emozionali. L'attimo informativo è soddisfatto, in qualche modo risponde azzerandola all'ansia di condivisione “col mondo intero” (ciascuno ha il suo), e soddisfa la voglia di rendere partecipi dell'avventura vissuta.

Gli strumenti lo permettono e non utilizzarli sarebbe un venir meno alle prerogative che la technè prometeica ci offre e che è – con buona pace degli Dei che governano i destini del mondo - al servizio della nostra emancipazione. A pensarci, l'immediatezza dell'informazione sui canali dell'Immagine/Tempo sembrerebbe vanificare ogni dilatazione culturale della necessità (Ananke), della potenza del destino cui la tecnica ci indirizza: fissa l'attimo nel suo compiersi e definirsi assoluto e sembrerebbe eliminare, di fatto, il prima e il dopo.

Il dagherrotipo virtuale afferma e condivide e soddisfa la superficie informativa, stratifica e appiattisce i dati dell'esperienza riducendola ad icona, sorridente o sofferente che dir si voglia. L'immagine fissa l'attimo, è icona assoluta dell'atto appena realizzato ed esaudisce, e finanche esaurisce, il livello più immediato della informazione: io – sono qui - adesso! In tempo reale gli altri “moltiplicatori” cui siamo collegati altro non fanno che ricevere ed elaborare quel “lui – è lì – adesso”, partecipi dell'accadimento ed autori (basta la condivisione o l'inoltro) delle successive, esponenziali riverberazioni  dell'immagine/tempo ricevuta.

Basterebbe questo ad esaurire l'esperienza dell'atto cui si è dato luogo, racchiusa tutta nell'icona soddisfacente e celebrativa scelta e a cui si conferisce valore comunicativo, essenza informativa e anche sinteticamente narrativa.  Basterebbe questo sincretismo dell'informazione, questa semi-simultaneità dell'atto compiuto e del successivo atto diffusivo, ad esprimere la trasformazione in corso: l'alienazione della parola dalla voce, ad opera della cultura e della stampa, in un percorso attraverso il quale la parola, forte momento aggregativo, è stata reificata prima sulla pagina, poi sullo schermo televisivo e infine sui social network. Fino a mitizzare un canale della percezione (la vista) come l'unico mezzo di conoscenza. In fondo, per dirla con Walter Ong, si è assistito alla transizione tra un sistema all'altro: da rapsodo che narra con la voce al tipografo che la fissa nel piombo all'uomo digitale e visivo a cui basta uno schermo per vedere il mondo. E in esso esaurirlo, in una “solitarietà” che spesso è l'anticamera di nuove ingannevoli solitudini consumate dentro lo schermo televisivo o di uno smartphone. Tutto questo è nelle corde della nostra contemporaneità ed è giusto che se ne prenda coscienza e se ne faccia libero uso.

E però... Alle prese con la fascinazione che sempre le immagini producono in noi, l'abbaglio che ad esempio Facebook può produrre è quello di essere in relazione con il mondo intero mentre la solitudine del seducente schermo visuale ed interattivo introduce al dissolversi della presenza del corpo nello spazio relazionale. La potenza delle immagini prende il sopravvento sulla presenza del corpo, e della voce che del corpo è l'organico prolungamento spazio temporale. Come sempre, la controindicazione alla assolutezza dei linguaggi è nelle forme di equilibrio e nel dimensionamento che riusciamo a dare alle mode e alle tendenze, nel rapporto con la sostanza comunicativa.

La prima imbastitura della Comunicazione va ricercata nell'universo emozionale, perché l'emozione è la nostra prima reazione allo spettacolo della natura e del mondo. Le tecniche della comunicazione, fisiche e audio-visuali, innescano processi basati sulla percezione del corpo che trascende le funzioni anatomiche per ricollocarlo a quei livelli di “corpo emozionato” che è espressività immediata, energia comunicativa e relazionale che va ben oltre la semplice informazione. Al Vedere aggiunge fasi di elaborazione successive che introducano allo Sguardo, all'azione meccanica fa seguire la componente emozionale ed il lavorio della mente che crea forme di pensiero destinate alla comunicazione interpersonale e sostanziale. Attiva cioè quella energia relazionale che dalla scena dell'accadimento riverbera la narrazione verso la platea del mondo, producendo cultura.

Da qui l'idea che mi sono fatto, partecipando al Convegno di Bergamo su CAI e Comunicazione, dell'urgenza di una distinzione tra l'informare ed il comunicare, che evidentemente non sono la stessa cosa malgrado non si reciprocamente escludano. La Comunicazione richiede profondità di Sguardo e di Relazione, una fondamentale coabitazione ed interazione tra le intenzioni nello spazio della relazione umana. La Comunicazione accade se le intenzioni dell'altro abitano il mio corpo nell'attimo in cui le mie intenzioni abitano il suo. Senza questa interazione, in assenza di questa coabitazione, la sotterranea corrente di pulsioni emozionali e del pensiero che è la Comunicazione, che è la narrazione di sé nell'altro e viceversa, semplicemente non fluisce, non scorre, non da luogo ad alcuna simultaneità, a nessun  accadimento culturale.

D'altra parte il linguaggio è nato dall'incontro con l'altro e non come un fenomeno aggiunto alle prerogative dell'altro. Possiamo così dire che se l'Informazione nasce allo scopo di far Conoscere, la Comunicazione (in senso antropologico e di attivazione di una alterità espressiva) ha lo scopo di far Sentire attraverso un processo di condivisione dello sguardo che scava, introietta e dilata la presenza del corpo nello spazio dell'esperienza umana. In questo il teatro ci aiuta. Se la scena è la montagna allora gli attori sono i suoi abitanti, stanziali o precari e parziali che siano.

Se la drammaturgia è l'intreccio di relazioni tra gli attori che produce energia e la riverbera nella platea (e al di là della vicenda che si narra è quanto nella realtà comunicativa del teatro produce cultura dando senso antropologico all'accadimento scenico, alla relazione tra gli attori e gli spettatori) possiamo allora bizzarramente pensare che allo stesso modo il riverbero dell'esperienza relazionale che l'andar per monti attiva, raggiunga gli “spettatori” ai quali vogliamo comunicare l'accadimento vissuto, nella sua narrazione, nell'espressione composita degli elementi emozionali e di sguardo che hanno nutrito il nostro attraversamento, la nostra ascensione, l'evento cui abbiamo dato luogo e che adesso vogliamo condividere.

Naturalmente dando ad esso, all'evento, all'accadimento, all'avventura umana, il segno di profonda comunicazione, oltre la normale e scontata informazione. L'immagine sarà lì a sostenere e integrare, in tempo reale o nel mentre o come dilatazione dell'azione compiuta, potrà essere utilizzata come narrazione magari sintetica e comunque orizzontale. E' certo che l'avventura della Comunicazione ha in sé quella dimensione di verticalità e profondità che sfida il tempo del consumo immediato e a volte esaustivamente (c'è chi si ferma a quel livello) superficiale (letteralmente, di superficie), per donarci una narrazione capace di emozionarci e testimoniarci il senso più vero dell'avventura dell'uomo nel suo tempo.

I libri, le riviste come Montagne360 e  quelle delle Sezioni CAI apparse al Convegn), gli scambi d'intensità espressiva tra le cordate e i gruppi che assumono valenza mnemonica nella mente e nel corpo di chi accoglie la narrazione, delineano un universo attivo ed estensivo delle possibilità. Un contenitore di straordinaria contemporaneità nel quale vive e resta ben salda la voglia di narrare, raccontare, dare forma espressiva all'esperienza della relazione umana consumata sulla scena delle nostre montagne. Senza alcuna nostalgia ma con la consapevolezza che l'integrazione delle forme più avanzate della immediatezza informativa possono entrare in gioco al servizio della necessità comunicativa più complessa e complessiva. Nella direzione di produrre cultura della montagna e presenza profonda nella nostra società con nuove forme di elaborazione ed invenzione, per essere dentro ai processi di veloce trasformazione cui si caratterizza la contemporaneità.

Claudio Di Scanno
Presidente CAI Popoli

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