La CITAM Piemonte e Valle D'Aosta del CAI vicina ai climbers colombiani

La Commissione intende far conoscere la situazione nel monolite “La Piedra Del Peñol", dove un esercizio commerciale posto in vetta deturpa l'ambiente e causa caduta di detriti che mettono a repentaglio la sicurezza di chi arrampica.

Il bivacco di protesta

28 ottobre 2016 - Quale addetto stampa della Commissione Interregionale Tutela Ambiente Montano Piemonte e Valle d’Aosta del Club Alpino Italiano, intendo non solo portare a conoscenza i lettori di questo grave oltraggio alla natura che stanno subendo i nostri amici “climbers” colombiani, ma se possibile anche fare qualcosa di più tutti insieme per aiutarli, pertanto ogni idea è gradita.

Ho saputo del fatto che vengo a raccontarvi leggendo la notizia su “Mountain Wilderness” e poi mi sono maggiormente documentato corrispondendo direttamente con la loro rappresentante Maria Alejandra (mail: malejamapo@gmail.com - per chi volesse contattarla direttamente). Come tutti di certo sappiamo, i monoliti sono la massima espressione della verticalità e della bellezza “estatica” per le forme ardite con le quali si presentano! Vere e proprie torri di magia che appaiono inaspettate da una natura dolce che non lascia neppur lontanamente immaginare lo sbucare improvviso di una stravaganza rocciosa scolpita dall’umore imprevedibile del vento o dai secoli di storia sepolti nell’immaginario scientifico di strabilianti scoperte sulla loro formazione geologica.

Uno di questi è il “Peñón de Guatapé” chiamato anche “La Piedra Del Peñol", noto semplicemente anche come “El Peñol”. Esso è un magnifico monolito alto 220 m che sorge a 2137 m di quota ed è composto di quarzo, feldspati e mica. È situato nel comune di Guatapé, 1 km all'interno dei confini della città (86 km a nord est di Medellín) in Antioquia (Colombia), in un’area di crescente interesse ambientale, vicino al magnifico lago Embalse del Peñol. Questo monolito isolato è stato scalato per la prima volta nel 1954, poi per il maledetto “dio denaro” un gruppo di operatori turistici ha pensato bene di sfruttarne l’attrattiva facendo costruire un’inverosimile scala di 740 gradini dentro un’enorme frattura naturale della roccia.

Ma lo scempio non si è limitato a questa scala che permette a molti turisti di valicarne la cima, bensì la “Suceciòn Villegas”, così si chiama la società di gestione dell’impresa, ha pensato bene di installare sulla piattaforma sommitale un esercizio commerciale vero e proprio con tanto di belvedere. Una simile bruttura noi sulle Alpi l’abbiamo in cima all’Aiguille du Midi nel gruppo del Monte Bianco, ma almeno (magra consolazione) questo “scempio visivo” non scarica pericolosi detriti sugli alpinisti che si cimentano sulle sue vie di arrampicata. Questo è quanto è successo invece sul Peñón de Guatapé l’11 dicembre 2015 mentre alcuni scalatori erano impegnati su una via di arrampicata chiamata “El traverso de los halcones”, infatti sulle loro teste cadde una pericolosa quantità di materiale staccatosi dalla soprastante area commerciale e i poliziotti di Guatapè intervenuti, invece di iniziare una procedura a favore dei “free climbers” per far mettere in sicurezza l’arrampicata in quel settore, hanno ancora preso le parti dell’esercizio commerciale vietandone l’arrampicata. Dopo un’azione dimostrativa dei “climbers” che hanno bivaccato per quasi due mesi in parete, visto che a tutt’oggi il problema è irrisolto, raccolgo come ultima testimonianza le parole di Maria Alejandra Martinez, con la quale sono in contatto, portavoce  dell’organizzazione “Comisiòn de Derechos Humanos dell’Università di  Antioquia” e che ha iniziato questa giusta dimostrazione grazie a una società senza scopo di lucro che si è costituita per questa nobile causa.

“Corporation Climbing Antioquia – patrimonio naturale Vigias e avventura” desidera ringraziarci per il nostro interessamento e ci ha mandato anche significative foto. Ecco quanto ci ha voluto significare: “Vi allego alcune foto perché gli alpinisti italiani vengano a conoscenza del grave scempio creato dalla “Suceciòn Villegas” che ha costruito in cima alla nostra montagna un obbrobrio senza alcuna giustificazione logica! Queste foto che v’invio cercano di riflettere la vita di tutti i giorni in bivacco. Erano otto mesi che questa era la nostra casa, poi la parte della procedura di conciliazione ha accettato di ritirare il bivacco, così ora ci ritroviamo con ricordi e foto. C'erano due campi alti. Il primo di circa 20 m, le altre immagini sono state scattate durante i nostri bivacchi di protesta con una piattaforma di legno per proteggerci dai detriti che cadono dall’alto della cima. L'altro campo era stato posto ad un’altezza di circa 60 m; nelle foto si può vedere qualcuno che scala accanto alla piattaforma usata per i nostri bivacchi in parete e un paio di metri sopra si può osservare anche il bivacco più alto. Grazie amici alpinisti italiani per esserci vicini in questa battaglia contro il sopruso che stiamo subendo da ormai quasi un anno!”.

Lodovico Marchisio
CITAM PV CAI

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