Accadde oggi: Jurek, fortissimo e indimenticabile

Nasceva 72 due anni fa a Katowice il grande alpinista polacco Jerzy Kukuczka, il secondo uomo al mondo che riuscì a scalare tutti i 14 ottomila

24 marzo 2020 - Chissà se qualcuno ricorda ancora la sua prima conferenza stampa a Milano, al Palazzo delle Stelline, nel novembre del 1987. Quel giorno, Jerzy Kukuczka era arrivato con molto ritardo. Nessuno capiva dove fosse finito, nessuno riusciva a rintracciarlo. I motivi dello slittamento dell’orario previsto, Jurek (in un attimo tutti i giornalisti presenti in sala avevano imparato a chiamarlo così, con il diminutivo, come facevano i suoi amici) li aveva spiegati all’inizio dell’incontro, con l’aiuto della traduttrice convocata per l’appuntamento con la stampa: era arrivato a Milano con la sua 126, a quel tempo per lui un vero motivo d’orgoglio, ed era finito in un pianeta sconosciuto, più complicato dell’Himalaya.

In sala c’erano attesa e curiosità. Chi era quel mostro sacro che in pochi anni, dal 1979 al 1986, era riuscito a fare ciò che Reinhold Messner aveva portato a termine in un lasso di tempo molto maggiore, tracciando per di più nove vie nuove sugli ottomila? Dove aveva imparato a scalare? Cos’era che lo rendeva così forte? E soprattutto, come mai gli himalaysti polacchi – di cui nessuno in Italia a quel tempo riusciva a pronunciare i nomi in maniera corretta – dominavano il panorama delle cime più alte della Terra? A quel tempo, tra l’altro, del mondo oltre cortina si sapeva poco (il muro di Berlino sarebbe crollato solo nel novembre del 1989), e l’alpinismo di casa nostra era impreparato ad accogliere le novità che arrivavano dall’Europa dell’Est. C’era chi raccontava storie mirabolanti di scalate invernali incredibili, ma circolavano anche molti dubbi, e soprattutto a quei tempi sembrava a tutti normale accomunare in un’unica categoria – “scalatori dell’Est”, senza alcun distinguo – jugoslavi, cecoslovacchi e polacchi.

Oggi l’ingenuità di quei giorni ormai lontani fa sorridere ma, negli anni ’80, si ragionava così. Ad ogni buon conto, sui giornali italiani, Reinhold Messner – che solo 11 mesi prima era riuscito a terminare il suo progetto di scalata dei 14 ottomila – aveva parlato in termini lusinghieri dell’élite polacca che in quel periodo stava rivoluzionando la storia dell’himalaysmo.

Sollecitato dalle domande dei giornalisti, Kukucka cominciò a raccontarsi. Con una semplicità disarmante, anche se tutti capivano bene che l’interlocutore polacco non era affatto uno sprovveduto. Jerzy equivaleva a Giorgio. Era nato a Katowice, la capitale della Slesia, nel sud della Polonia, il 24 marzo 1948 (esattamente oggi avrebbe compiuto 72 anni). A 17 anni aveva cominciato a scalare sui Monti Tatra, in estate e in inverno, cimentandosi con itinerari via via più impegnativi. Poi, una laurea di ingegneria in tasca, a 31 anni, nel 1979, aveva debuttato in Himalaya, sulla via normale del Lhotse. Da quel momento, le cime del Nepal e del Pakistan erano diventate casa sua. In nove anni aveva salito tutti i 14 ottomila, quasi sempre in stile alpino (solo sull’Everest, nel 1980, aveva utilizzato parzialmente l’ossigeno), tracciando nove vie nuove e salendo in solitaria l’inviolata cresta nord ovest del Makalu nel 1981. Un vero fenomeno, se si considera la penuria di mezzi e di quattrini che a quei tempi (specialmente nei primissimi anni ’80) caratterizzavano le spedizioni polacche. Ma Kukuczkak era un fuoriclasse. I suoi amici, gente del calibro di Krzysztof Wielicki, Wojciech Kurtyka e Wanda Rutkiewicz, dicevano che Jurek era in grado di sopravvivere in alta quota mangiando solo pane e pietre. Esageravano, ovviamente, ma solo fino a un certo punto.

Jerzy era stato anche un pioniere delle ascensioni himalayane nella stagione fredda. Nel gennaio del 1985, con Andrzej Czok, aveva salito in prima invernale il Dhaulagiri e aveva fatto parte della seconda cordata polacca (con Andrzej Heinrich) in vetta al Cho Oyu. Nel gennaio dell’anno successivo era arrivato con Wielicki in vetta al Kangchenjunga. E nel febbraio del 1987, con Artur Hajzer, era riuscito a mettere piede sulla cima dell’Annapurna.

Le prime vere sponsorizzazioni erano arrivate tardi, a fine carriera. Concluso il progetto 14 x ottomila, non pago delle tante spedizioni precedenti, Jurek avrebbe utilizzato quegli inattesi contributi economici per continuare a scalare in Himalaya. Così, ad esempio, nel 1988 aveva aperto una via nuova in stile alpino sull’Annapurna Est, in Nepal. L’anno successivo aveva voluto tentare la tremenda parete sud del Lhotse, uno dei più grandi problemi alpinistici dell’intero Himalaya. Dopo un periodo di maltempo, il 23 ottobre, con Ryszard Pawloski, era riuscito a bivaccare a 8200 metri. La mattina del giorno successivo il tempo era buono, e la cordata si era rimessa in moto verso l’alto. Qualche ora più tardi, Kukuzka – che stava salendo da primo, legato a una corda di 7 millimetri – era improvvisamente caduto. La corda si era spezzata e Jurek era precipitato lungo la parete.

La sua morte rappresentò per il mondo dell’alpinismo degli anni ’80 una perdita pesantissima, oltre che dolorosa, mai del tutto superata. Con lui si concluse un capitolo irripetibile di storia.

Red

Segnala questo articolo su:


Torna indietro