Il viottolo delle altitudini di Manara Valgimigli

Pubblichiamo su segnalazione di Azzali Alessandro, socio del CAI Parma da 50 anni, uno scritto di Manara Valgimigli tratto dal n° 3 della Rivista Mensile del 1968

Manara Valgimigli

Desiderio massimo e gioia suprema il viottolo delle altitudini. Segue da valico a valico dove non sono più erbe né alberi, ma sassi e rupi, e occhi di laghi, e nevai lunghi da costa a costa con rumore di acque invisibili; precipita in valloni profondi e da valloni risale; porta sul margine di pareti a strapiombo e di formidabili abissi, e tu ti chini a terra, ti stendi, rabbrividendo, a guardare e ascoltare, e un volo di falchi è sotto di te; o immezzo a sconvolgimenti di montagne scapezzate, di rupi scheggiate, crollate, diroccate, nel corso di frane secolari che solo calando, come fiumi, al piano, si parcheggiano e si placano; scopre viste sempre nuove e diverse, spettacoli, in cerchio, fino agli ultimi orizzonti, di cime sublimi, il cui nome, saputo o indovinato, quasi ti inorgoglisce o ti spaura: e hai un senso di aerea leggerezza, di ampio dilatato respiro, e come di distacco da te e insieme di aderenza al vuoto che ti circonda e ti prende.

Neppure viottolo sarebbe se io non ne scorgessi da lontano, nella continuità, la sottile traccia, se non ne vedessi da vicino, su sassi, le pennellate indicatrici: non queste ogni anno, ma ogni anno quello, disciolte le nevi, ha da essere di nuovo traciatoe accomodato. Questo è il viottolo veramente mio, fatto e segnato per me, e di pochi altri come me viandanti solitari.

La mia scarpa ferrata e pesante mi da facile equilibrio nei ghiaioni mobili e nei pendii lisci, nè il piede è offeso da spigoli e punte. E se il passo è arduo fra rocce, e bisogna essere cauti, e guardarsi da errori, allora scorrono le mani, e la fatica è dimezzata e l'inerpicata più agevole. La roccia è amica fedele: offre appigli sicuri , anche a un chiodo estremo del tacco o della punta, anche al pollice e all'indice della mano, anche solo al palmo; aderisce scabra ai gomiti e alle ginocchia; ti sfiora il volto un po avvampito con un soffio di freschezza, talora, anche, di non so che profumo; muovi un braccio o una gamba per avanzare, e tre parti almeno di te, finchè l'altra tenta e saggia la nuova presa, stanno salde. Fedele e incrollabille; tutta la persona è in gioco: e dal gioco ti bei guardando in giù lo spazio conquistato.

Io non sono un alpinista, e tanto meno uno scalatore di rocce; sono un camminatore, un viandante, un randagio. Ho nel mio sacco quello che basta. E non ho fretta. Se sono stanco, se bello è il luogo e l'acqua è vicina, se l'ora è serena e caldo è il sole, mi fermo: dietro un sasso che mi ripari dal vento, mi spoglio mi asciugo mi lavo mi cambio; bevo un tè caldo o un sorso di grappa; riguardo la mia pipa che non abbia intoppi e sia netta, la carico e l'accendo; e mi sdraio al sole.

Stendere le gambe per terra; fare la prova di questa gioia , sollevandone una un poco e lasciandola ricadere inerte; abbandonare lungo il corpo le braccia; non meditare, non ricordare, non fantasticare; stare così: e non ascoltare esclamazioni ammirative, ché i monti, i gloriosi monti, stanno lì dall'eterno, e non ne hanno bisogno...

Manara Valgimigli

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