Il mondo fantastico ossolano in 200 leggende

Paolo Crosa Lenz racconta questi suoi trent’anni di ricerche

Nei suoi scritti palpita il cuore dell'Ossola

Un catalogo del mondo fantastico ossolano, un’opera a lungo attesa dagli studiosi di folklore viene presentata a Domodossola giovedi 24 maggio alle ore 21 presso la Sala Falconi in piazza Rovereto. Il libro, fresco di stampa per Grossi Edizioni (www.grossiedizioni.it), s’intitola  "Leggende delle Alpi, il mondo fantastico della Val d'Ossola". Ne è autore Paolo Crosa Lenz, scrittore e alpinista, che da trent'anni studia e percorre i monti del Verbano Cusio Ossola da lui descritti in saggi e guide escursionistiche. Crosa Lenz è direttore de "Il Rosa", giornale di Macugnaga e della Valle Anzasca, redattore capo della rivista "Le Rive", accademico del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna). Atto d’amore verso una terra di alte montagne, il libro presenta duecento leggende e fiabe popolari. Niente in questa raccolta è inventato. E’ la cultura tradizionale degli uomini delle Alpi che parla con la voce dei narratori. “Dal libro emerge la cultura ideale del contadino di montagna”, spiega Crosa Lenz in questa intervista allo Scarpone. “Esprime una visione del mondo e un sistema di valori che si sono formati nei secoli attraverso un duro e costante confronto con un ambiente naturale ostile e povero di risorse. Sono valori che stabiliscono confini netti tra il bene e il male, prevedono regole inclusive per cui anche il ‘diverso’ ha una sua dignità, comprendono norme non scritte che hanno permesso a povere comunità contadine di sopravvivere e perpetuarsi nei secoli”.

A quali fonti ha attinto di preferenza?

“La ricerca, utilizzando la metodologia della ‘storia orale’, è avvenuta tra il 1979 e il 1981. Tutti gli informatori non ci sono più, ma il loro contributo (fissato su nastro magnetico e trascritto dal dialetto) rimane nel tempo. Erano tutti gente di montagna, che non aveva visto il ‘grande mondo’ (al massimo Roma per il Giubileo del 1950 con il pellegrinaggio parrocchiale), ma pure, ad un giovane ricercatore, quel loro mondo interiore pareva ‘grande’. La raccolta è continuata per tre decenni, scrivendo la memoria di uomini e donne incontrati in peregrinazioni per boschi ed valli, chiedendo conferme a dicerie di paese o storie di alpeggi, di boschi e di animali, mettendo sempre da parte, come un bene prezioso, un vecchio articolo di giornale, una fotocopia di rivista o una nota bibliografica”.

Eventi realmente accaduti in tempi antichi possono essere all’origine di queste leggende?

“Numerose teorie sono state elaborate per rispondere a questa domanda: per alcuni studiosi le fiabe sono ciò che resta di miti antichissimi, per altri hanno un loro nucleo originario in Oriente che è stato diffuso dalle migrazioni delle popolazioni indoeuropee in epoca preistorica; altri ancora considerano le fiabe come residui verbalizzati di antichi riti ora scomparsi. Secondo le interpretazioni che si rifanno alla scuola psicoanalitica, le fiabe hanno origine dal sogno ed hanno la stessa cadenza nello svolgimento dei fatti e la stessa funzione catartica e liberatoria. La teoria poligenetica di scuola antropologica (che condivido) ritiene invece che le affinità e le ricorrenze di tipi e di motivi nelle fiabe di tutto il mondo siano il frutto delle doti fantastiche e di inventiva comuni allo spirito umano e a tutti i popoli”.

Chi possono essere oggi i portatori di questa cultura che sta per scomparire?

“Non esistono più i portatori tradizionali di questa cultura. Questo libro viene pubblicato in extremis. Tra dieci o vent’anni non sarebbe più possibile (e oggi lo è grazie a ricerche lontane nel tempo!), perché stanno scomparendo (sono scomparsi?) i contadini di montagna di una volta, i narratori delle fiabe popolari alpine che le conoscevano per trasmissione generazionale da secoli e le vivevano come dimensione di lavoro e di frequentazione d’ambiente. Oggi l’agricoltura e l’allevamento alpini sono tutta un'altra cosa. I nostri giovani non parlano più il dialetto ossolano o walser, la lingua patria (‘patres’ padri) con la quale queste fiabe e leggende sono state create e sono vissute. Se un’anziana contadina raccontasse ai nostri giovani queste “storie” nella lingua d’origine, essi non le comprenderebbero. Per questo la resa in lingua italiana risulta indispensabile. Permette di conservare la memoria”.

La Val d’Ossola vanta oltre un secolo di studi folklorici: su quali basi e con quali risorse?

“Le prime leggende sull’Ossola si hanno alla metà dell’Ottocento con la scrittura di ‘novelle storiche’ ad opera di Francesco Scaciga della Silva, avvocato domese appassionato di storia, che per quattro anni aveva pubblicato otto novelle negli ‘almanacchi ossolani’. Non si tratta di materiale folklorico, ma di ‘memorie popolari’ liberamente e pesantemente rielaborate con vezzo letterario. La stessa cosa farà un altro avvocato, Nino Bazzetta, agli inizi del Novecento. Tre nomi emergono nel panorama degli studi folklorici ossolani nel Novecento: Giovanni De Maurizi, Sebastiano Ferraris, Renzo Mortarotti. In particolare Mortarotti (1920 – 1987) ha il merito assoluto di avere, per primo, restituito dignità storica e culturale ai Walser dell’Ossola. Pubblicò 81 fiabe e leggende walser raccolte dalla viva voce di otto ‘informatori’ frequentati per anni. L’importanza di questo lavoro pionieristico, la cui bontà metodologica è stata confermata dalle ricerche successive, mi ha permesso ampie comparazioni e proficue conferme di analisi”.

Riassumendo: dal suo libro si può dedurre che l’identità alpina ci riserva ancora importanti testimonianze e che di conseguenza non è ancora al tramonto come alcuni vorrebbero?

“Sicuramente le identità tradizionali sono al tramonto, ma c’è qualcosa nella cultura tradizionale alpina che non tramonta. Un elemento comune alle fiabe è indubbiamente il ‘senso del meraviglioso’, lo stupore continuo per un mondo diverso che ha continui scambi con il nostro mondo reale. Questo stupore (la ‘magia’ sempre nuova di un seme che diventa frutto), appare chiaramente nelle fiabe sui folletti e gli ‘uomini selvatici’ dove la natura misteriosa dei boschi e delle montagne si anima e si personifica per entrare in contatto di incontro e di scambio con i protagonisti reali di questo ambiente, i contadini, i pastori e i boscaioli. E' un mondo meraviglioso e come tale carico di ambiguità: i twergi  (i nani della cultura walser) sono creature positive e negative, esseri fantastici servizievoli e malvagi nello stesso tempo; sono i folletti dei boschi, gli uomini selvatici, i diversi. Credo dobbiamo riscoprire questo senso di meraviglia per madre natura, per conoscerla, amarla e rispettarla”.

Alcuni antropologi invitano a “rifunzionalizzare i saperi montanari” al di fuori dei repertori folcloristici: ritiene che le sue ricerche possano inquadrarsi in questo contesto?

“Sì. Dobbiamo studiare le Alpi del passato per costruire dei riferimenti in questo nostro navigare a vista verso il domani. In questo senso la cultura alpina ci consegna valori ancora attuali: il rispetto per la natura, l’orgoglio per un lavoro faticoso ma ben fatto, la solidarietà come necessità di vita”.

Non crede che l’abbondanza delle testimonianze da lei raccolte dimostri che la spinta destabilizzatrice della modernizzazione abbia investito solo in parte le società rurali e pastorali?

“Io ho raccolto delle memorie, che oggi solo la parola scritta può conservare. Gli anni ’50 e ’60 del Novecento (quelli del boom economico e della modernizzazione) sono stati devastanti per la società alpina. Dagli anni ’80 quando ti avvicinava ad un alpeggio non vedevi più la luce dei pascoli, ma nel bosco invadente per l’abbandono sentivi i suoni della radiolina a transistor. Oggi, in montagna, la notte è illuminata dalla luce prodotta dai pannelli solari sulle vecchie baite diventate seconde case”.

Quale potrebbe essere secondo lei il migliore apprezzamento al suo impegno?

“Che i giovani leggano queste ‘storie’, ne comprendano il messaggio e colgano l’eco profondo che viene da secoli di vita in montagna. Possono aiutare a dare un senso e uno scopo al nostro vivere turbinoso. Dopo tanti anni di studi, ho gettato alle ortiche tipologie, catalogazioni, ordini e comparazioni. Ho deciso di accettare il canto potente che viene da queste storie, tanto la mia gente le chiama. Ho sentito il richiamo della carne e del sangue degli uomini di montagna. Ho deciso di seguirlo, di perdermi tra rocce incantate, di incontrare nani e folletti, di percepire il soffio vitale che anima i boschi e gli alpeggi dell’Ossola. Alla fine, nella reverente memoria di informatori generosi e letterati del passato, quello che conta in questo lavoro è, ancora una volta, l’anima di una terra e degli uomini che, con dignità, vi hanno vissuto”. 

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