"Il gigante sconosciuto. Storie e segreti del Kangchenjunga, il terzo Ottomila": in libreria il nuovo libro di Stefano Ardito

A febbraio 2016 esce il libro nel quale Ardito rievoca spedizioni, scalate e grandi esplorazioni della terza vetta più alta della Terra, a partire dagli inizi del Novecento.

La copertina del libro

George Dyhrenfurth, Joe Brown, George Band, Charles Evans, Reinhold Messner, Peter Boardman, Joe Tasker, Wanda Rutkiewicz, Simone Moro. I grandi dell’alpinismo di tutti i tempi hanno fatto la storia anche del Kangchenjunga, come racconta Stefano Ardito nel suo nuovo libro "Il gigante sconosciuto. Storie e segreti del Kangchenjunga, il terzo Ottomila".

«Il Cancenzongà, la terza montagna del globo per altezza, scintilla libero nel sole, coronato da nubi abbaglianti, come un castello incantato dimarmoree sostanze imperiture. Settemila metri stanno tra me e la vetta, ma sembrano settantamila. E’ come guardare un altro pianeta». Fosco Maraini.

«Ci eravamo assuefatti a tutto: ai rumori provenienti dall’interno del ghiaccio, che spaccandosi gemeva; alle valanghe dall’alto che si staccavano sotto al peso della neve fresca; alla continua minaccia di un incidente». Reinhold Messner.

Il Kangchenjunga, terza cima della Terra, si alza tra il Nepal e il Sikkim, che oggi è parte dell’India. Culmina a 8596 metri, pochi meno del K2. Ma il “Kangch” resta una montagna poco nota. Visibile dalla pianura del Bengala, sacro per gli uomini e le donne che vivono ai suoi piedi, ha visto passare per secoli spie, monaci buddhisti, soldati, contadini in cerca di lavoro e mercanti.

Gli europei lo hanno scoperto a metà dell’Ottocento, quando Darjeeling è diventata una meta alla moda, e i primi esploratori hanno puntato verso i passi e i ghiacciai. Il primo tentativo alla cima risale al 1905, le spedizioni degli anni Venti e Trenta hanno affrontato difficoltà straordinarie.

Nel 1955 la prima salita del Kangch da parte di George Band e Joe Brown è stata una magnifica impresa, ma non è diventata famosa come quelle dell’Everest, dell’Annapurna e del K2. Da allora, molti tra i migliori alpinisti del mondo hanno lasciato la loro firma sul gigante.

L’autore rievoca le ascensioni di Reinhold Messner e Doug Scott, di Jerzy Kukuczka e Pierre Béghin, di Anatoli Boukreev, di Nives Meroi e di tanti altri. Segue i viaggi di Giuseppe Tucci e Mark Twain, e le esplorazioni di Fosco Maraini, Vittorio Sella e Douglas Freshfield. Si commuove di fronte alla fine di Benoît Chamoux, di Wanda Rutkiewicz e degli altri alpinisti che sul Kangch hanno incontrato la morte.    

Comunicato Corbaccio Editore

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