I sentieri del CAI Nuoro: storie e archeologia tra i boschi nel cuore della Sardegna

Circa settanta Soci provenienti da tutta la regione si sono immersi tra le antiche strutture ipogeiche con camere sepolcrali, i mulini per lavorare la lana di pecora e le viuzze lastricate di Tiana.

I Soci CAI in cammino

8 febbraio 2017 - Non è la pioggia che può fermare il CAI di Nuoro in questo inizio di febbraio. Le nuvole avvolgono la montagna. Appuntamento nel cuore di Tiana, il borgo a cavallo tra il Gennargentu e il Mandrolisai.  Incastonato tra Punta Gheddorzu e Punta Cogotti. Sono circa settanta i coraggiosi del sodalizio nuorese. Compagnia allargata a chi da lontane parti di Sardegna sfida il meteo o le “intimidazioni“ della protezione civile.

Da Cagliari, Carbonia, Baronie, per scoprire e percorrere luoghi dal fascino antico, anche sotto nuvole basse che lambiscono fronde di lecci e castagni secolari. Lodine e Ovodda, villaggi sonnolenti al mattino. Tiana, piazza chiesa di sant’Elena. Si ravvivano i selciati e le architetture di chi si aggrappa alle proprie radici e da qui guarda orizzonti nuovi. A  dirigere il gruppo dei soci CAI, Lorenzo Pala, Michele Peddone, Roberto la Croce, Peppino Columbu e Michele Arbau. Agli escursionisti non sfugge il fascino del centro storico, “Is Corzoso”, viuzze lastricate, case con architetture della tradizione e della storia di montagna. Chi stava qui ingaggiava la propria battaglia quotidiana per la vita dura e di fatica. Forse a partire dal neolitico e dal Bronzo Antico se quei popoli avevano rispetto sacro verso i loro defunti.

Testimoni oggi Sos Forreddos, Domus de janas nella località "Mancosu". Strutture ipogeiche  con camere sepolcrali posizionate su due piani, testimoni di una civiltà viva. Atmosfere di magie antiche, di religiosità profonda, vissute dai soci CAI con straordinaria intensità. I boschi attraversati gocciolano di pioggerellina bassa, insistente. Chiudono gli orizzonti luoghi di mistero per questa parte di Barbagia, tra i ruderi Cuile Todde, Chiesa san leone Magno, Arcu de Pirastru e Mattalè. Sono la grande distesa dei Boschi della Barbagia di Belvi. Difesa da generazioni, come cuore di Sardegna. 

Per questo, quella ferita di cinque anni fa, l’incendio che ha lascito cicatrici, e che queste genti di montagna sentono ancora dentro.  L’escursione si è fermata sull’uscio di quel binomio che ha segnato la storia, graffiando le vite di tutti, boschi e acqua, ne hanno fatto un museo. “Le vie dell’acqua”, a Gusabu sul rio Torrei. A ritessere il filo delle stagioni, sempre uguali, in perfetta simbiosi tra uomo e ambiente. Il Mulino, spinto dall’acqua del rio, garantiva la produzione della farina. Il grano duro arrivava dalle vallate del paese. Sosteneva le famiglie. Dava certezze sotto le montagne dell‘ inverno del, “canuto Gennargentu” (Peppino Mereu). Stupore di fronte a quell’intrigo di ardite tecnologie rappresentate dalle “Gualchiere”.  Macchine uniche per la montagna. La loro origine si perde negli anfratti della storia del ‘700. Mosse dall’acqua del torrente battevano incessantemente il panno della lana di pecora. Era l’orbace. I grandi magli di legno lo battevano e lo ammorbidivano, lo rendevano impermeabile e resistente. Tesi e attenti i volti degli escursionisti, mentre  Aurora Paba e Libero Vacca, vestito di nero d’orbace appunto,  narrano di storie di tessuto dal colore scuro, di cardatura, di follatura e di infeltrimento. Il racconto de Is Craccheras o Gualchiere.

Segmenti di storie di Sardegna, luoghi di memorie, segmenti di un’antropologia non banale, tra i boschi grondanti pioggia lungo i sentieri del Club Alpino Italiano nuorese.

Matteo Marteddu
CAI   Nuoro

Segnala questo articolo su:


Torna indietro