High Tension al Banff Mountain Film Festival

Il documentario proiettato per la prima volta mercoledì 19 febbraio al Cinema Orfeo di Milano offre una ricostruzione dello spiacevole episodio che ha coinvolto Simone Moro, Ueli Steck e Jonathan Griffith al campo 2 del Monte Everest nell'aprile 2013

Il campo 1 in vista aerea

La seconda edizione italiana del Banff Mountain Film Festival è lieta di presentare il film High Tension, proiettato mercoledì 19 febbraio per la prima volta al cinema Orfeo di Milano con la collaborazione degli sponsor Salewa e Garmin insieme al supporto media di La Gazzetta dello Sport, Mountainblog, Outdoor Magazine e Orobie.
Il film offre un punto di vista sul drammatico evento che ha coinvolto alcuni alpinisti di fama mondiale quali Simone Moro, Ueli Steck e Jonathan Griffith al campo 2 del Monte Everest. Simone Moro, coinvolto nella “rissa in alta quota” di aprile 2013, ricorda l’accaduto come una brutta esperienza che non ha però compromesso la sua attività di alpinista:
“ho la capacità di lasciarmi scivolare via velocemente le brutte esperienze. La vita è sole non è buio. Il fato spiacevole conferma che le mele marce ci sono ovunque, tra occidentali e sherpa, tra ricchi e poveri. A me è capitato di incontrare le persone sbagliate al momento sbagliato”.

Un film che offrirà un punto di vista sui fatti accaduti: “Il film come la verità non deve accalappiare consensi o disprezzi, non deve avere un taglio a favore o contro qualcuno o qualcosa. La verità è come un colpo d’ascia, netto, completo e senza anima, che permetta a chi legge o guarda di farsi la propria opinione” afferma Moro, attualmente impegnato nella salita invernale del Nanga Parbat che lui stesso descrive come “la via più lunga del pianeta sulla parete più grande del mondo della montagna più gigantesca della terra” e la definisce “un viaggio lunare.”
L’avvenimento che ha scosso l’intero mondo dell’alpinismo, ha interessato anche i compagni dell’alpinista bergamasco, come ad esempio il fotografo della spedizione Jonathan Griffith, che commenta così l’accaduto: “ciò che è successo sull’Everest non aveva niente a che fare con la montagna, ma solo con persone. L’Everest è l’Everest, il resto delle montagne del mondo sono vuote” e dichiara “vado in montagna per vivere un’esperienza; la vetta è solo una piccola parte dell’avventura. Se si va in montagna solo per conquistare la cima, la spedizione perde completamente il significato dell’alpinismo”.
La spiacevole esperienza che ha segnato le vette himalayane è testimonianza di come, negli ultimi anni, sempre più persone con aspirazioni differenti si ritrovino sulle stesse vette un tempo isolate. Lo stesso Griffith concorda: “ci sono alpinisti che ancora oltrepassano i propri limiti come Ueli e ci sono quelli che sono soddisfatti di essere guidati in montagna. Ci sono anche quelli che sono felici di pagare il necessario per raggiungere la vetta. Non c’è giusto o sbagliato, ci sono solo stili differenti.”

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