Giornata mondiale delle zone umide: il CAI testimonia il suo impegno a tutela dei Pantani di Accumoli (RI)

Decine e decine i Soci delle Sezioni di Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo in cammino, lo scorso 2 febbraio, in un'area di pregio, ma fragile dal punto di vista ambientale, e minacciata dal progetto di un maxi rifugio.

Un momento della giornata

5 febbraio 2020 - Domenica 2 febbraio si è celebrata la Giornata mondiale delle zone umide, istituita nel 1997 per ricordare l’adozione della Convenzione delle zone umide, firmata a Ramsar (Iran) il 2 febbraio 1971.
La giornata celebrativa nasce dalla necessità di mantenere alta l’attenzione su quelle aree del nostro pianeta (laghi, paludi, stagni) così ricche di biodiversità e così importanti per la salvaguardia di ogni sistema ambientale, ma anche così fragili e sensibili ad ogni intervento antropico.

I Gruppi regionali del Club Alpino Italiano di Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo hanno scelto i Pantani di Accumoli (RI), in un giorno particolarmente significativo, per incontrarsi e testimoniare l’impegno del Sodalizio nella salvaguardia dell’ambiente.
La scelta dei Pantani non è casuale. L’area, che costituisce uno splendido esempio di biodiversità, ospita habitat e specie di grande valore naturalistico ed è per questo riconosciuto quale Sito di Interesse Comunitario (SIC) dalla Rete Natura 2000.

Purtroppo il grande valore ambientale della zona, unica nel suo genere, non sembra essere compreso appieno dagli Enti Locali che dovrebbero essere i primi custodi di tale ricchezza.
Il sito è già stato colpito dalle opere di ripristino della carrareccia di collegamento con l’abitato di Accumoli, che definire sconsiderate appare, quantomeno, un eufemismo, e che hanno compromesso sensibilmente il valore escursionistico del "Sentiero Italia CAI" il quale, nell’attraversare la zona, le riconosce un ulteriore valore nazionale. Ebbene, ora, come non bastasse, l’area è ulteriormente minacciata dal progetto di realizzazione di un rifugio che dovrebbe sorgere in prossimità, se non all’interno, del SIC stesso.

Ed è proprio per testimoniare ed affermare la contrarietà dal CAI contro questo ennesimo detrattore ambientale, che va a minacciare una area dal valore naturalistico inestimabile, che decine e decine di soci di undici Sezioni del Club Alpino Italiano del Centro Italia si sono ritrovati domenica mattina manifestando tutte le possibili perplessità su una scelta per molti versi incomprensibile.

Già a dicembre scorso il CAI aveva organizzato un’escursione nell’area, con la presenza, anche in quell’occasione, di centinaia di persone, per sensibilizzare una riflessione sulle scelte adottate per la “valorizzazione” della zona. L’iniziativa, la cui eco era giunta anche alla Regione Lazio, aveva portato ad un incontro, richiesto dal competente Assessore Regionale con i vertici dei Gruppi Regionali del Club Alpino, che aveva lasciato sperare, quantomeno, nell’avvio di un costruttivo confronto. Purtroppo le attese sono state disilluse. La volontà, non di abbandonare il progetto, ma di ridiscuterlo, di riconsiderarlo, tenendo presenti le prioritarie esigenze di salvaguardia dell’ambiente, è sembrata assolutamente assente.

Il progetto del rifugio (di cui, peraltro, non si riesce a conoscere i dettagli) trova la sua origine nel protocollo d’intesa sottoscritto nel dicembre 2017 dalla Regione Lazio e dal Comune di Accumoli e finalizzato, si legge nel comunicato della Regione, a “sostenere la rinascita del Comune di Accumoli anche attraverso il rilancio socioeconomico con opportune iniziative che consentiranno ai turisti e non solo un’appetibile fruizione delle bellezze naturali della zona”.

Il CAI si è sempre battuto, e si batte, per la salvaguardia ed il sostegno delle Terre Alte ed è assolutamente consapevole delle difficoltà che attanagliano le popolazioni colpite dagli eventi sismici e le complessità del rilancio, sociale ed economico, di quelle zone montane così profondamente provate. Ma non può accettare che si ricerchi la rinascita di quelle Terre attraverso il depauperamento dell’unica risorsa, le bellezze e l’integrità dell’ambiente, in grado di sostenerla.

La realizzazione di un rifugio nell’area dei Pantani costituisce un errore perché deturpa l’ambiente, non porta benessere poiché non garantisce posti di lavoro, è destinata al fallimento perché economicamente insostenibile trasformandosi nell’ennesimo detrattore ambientale il cui rudere farà bella mostra di sé negli anni a venire.

Quello che il CAI vorrebbe far capire agli Enti Locali è che, se il rifugio è finalizzato ad attrarre turisti nella zona, la tipologia di turisti (rectius, escursionisti) che frequentano la montagna rifugge le aree deturpate. L’escursionista ricerca l’integrità dei luoghi non le comodità di un bar/ristorante, di cui può benissimo usufruire una volta raggiunto il centro abitato dove, si, dovrebbero essere realizzate le strutture a supporto del turismo lento, l’unico che frequenti queste terre.

Il Sodalizio non è contrario a priori allo sviluppo economico (e, conseguentemente, sociale), ma vorrebbe che lo stesso passi attraverso scelte ponderate, inserite in un sistema che eviti iniziative estemporanee prive di una pianificazione complessiva e destinate a trasformarsi in cattedrali nel deserto e, dopo poco tempo, in rovine abbandonate.

Il CAI torna a ribadire che il rilancio di quelle aree deve passare attraverso l’incentivazione del turismo lento, ecosostenibile, finalizzato prevalentemente alla “esplorazione” intesa come osservazione ed immersione nella natura in contatto con la cultura e le tradizioni locali.

Per il CAI lo sviluppo del turismo sugli Appennini non può prescindere da una pianificazione, condivisa tra Enti locali e popolazione e con il supporto delle associazioni ambientaliste, tra cui il CAI, che consentisse:
    • la realizzazione e la tracciatura di sentieri e l’integrazione di questi con i grandi cammini già presenti nel Centro Italia, anche in sinergia con le Amministrazioni delle aree protette limitrofe;
    • la creazione di punti di sosta e ristoro attraverso la riqualificazione delle strutture già esistenti (e ne esistono in stato di abbandono anche ai Pantani) ed anche l’eventuale realizzazione di altre strutture (punti informativi e/o di ristoro), ma nei centri abitati;
    • la redazione e la diffusione di materiale cartografico e divulgativo, necessario a far conoscere l’area ed a consentirne la frequentazione anche a persone estranee ai luoghi;
    • l’avvio di campagne promozionali e conoscitive che veicolino, oltre l’ambiente dei normali frequentatori della montagna, la consapevolezza delle bellezze e delle opportunità turistiche che il territorio potrebbe offrire.

Il CAI chiede, ancora una volta, di pensare e realizzare un progetto sistemico, che delinei organicamente le fasi di sviluppo del territorio nel senso indicato. Un progetto che vedrebbe senza dubbio convogliare verso di esso anche iniziative imprenditoriali private che, germogliando in un sistema vivo e sostenuto dalle Amministrazioni Locali, troverebbero finalmente una strada concreta e di lungo periodo per “sfruttare”, in modo sostenibile, le bellezze di un ambiente puro ed incontaminato.

Su queste basi il CAI è pronto a fare la sua parte mettendo a disposizioni le proprie strutture e le proprie competenze per la realizzazione, tracciatura e manutenzione dei sentieri, per la realizzazione della cartografia e, non da ultimo, per la divulgazione attraverso i propri organi di stampa (che raggiungono tutti gli oltre 327.000 soci) della bellezza dei luoghi di cui stiamo parlando e per i quali il CAI si sta battendo.

Comunicato Gr Cai Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo

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