Amatrice, a più di una settimana dal terremoto, si cerca tra le macerie e si passa alla fase di transizione

Nuovo articolo di Ines Millesimi del CAI Rieti, tra recupero di opere d'arte, vita nelle tendopoli e speranze di ricostruzione.

Segni di vita vissuta tra le macerie (foto: Mattia Prignano)

2 settembre 2016 - Estenuante e infinita è la ricerca nel centro di Amatrice, terremotata, silenziosa, di notte molto fredda (5 ° gradi la temperatura nelle tende, non si dorme anche per l’alto tasso di umidità percepita).  Si cercano ancora dispersi, il Sindaco fa ancora la conta, la comunità di rumeni cerca dei connazionali che erano lì per lavorare. Non in regola. Chissà chi erano. Stranieri.

Due salme all’obitorio di Rieti non hanno nome, nessuno finora si è presentato per riconoscerle. Il terremoto tra Lazio e Marche è anche questo, oltre ai 294 morti e alle 4.099 persone assistite. E’ l’identità perduta: i documenti perduti (necessari per celebrare un funerale o per riattivare una sim telefonica), gli archivi comunali perduti,  i corpi senza vita e nome che solo gli esami del Dna permettono di  identificare, gli oggetti  spezzati che parlano di esistenze perdute e che riemergono dalle macerie dei luoghi di lavoro o dalle case. Sembrano incastri sghembi usciti dal quadro di Guernica: il cestino della scuola, una sedia girevole, un cassetto, giustapposti al monocromo  dei cumuli di pietre e calcinacci.

Il dramma locale ad Amatrice è diventato universale, e ogni regione italiana, ogni Stato Europeo si è fatto in questi giorni abitante di Amatrice. Soprattutto si è fatto solidale, dà del suo, nell’incredulità che una tale devastazione di terremoto “solo” 6.0 di magnitudo ha prodotto. Ad Amatrice con le sue frazioni, ad Accumoli e ad Arcuata del Tronto, ma anche nei 17 comuni colpiti dal terremoto, le domande tra la gente sono sempre le stesse:

- Come è stato possibile? E quando i riflettori si spengono e gli aiuti se ne vanno, che ne sarà di noi? Nelle ultime ore dopo un’ennesima scossa, mentre Norcia tiene bene e non si contano i morti, hanno ceduto alcune parti del Campanile di Castelluccio di Norcia, uno dei paesi  più straordinari dell’Appennino Centrale, che attrae turisti ed escursionisti dal mondo proprio per il suo superbo isolamento nella famosa Piana fiorita.

Da oggi si cercano di salvare dalle macerie anche le opere d’arte, prima che le insistenti piogge aggiungano altro peggioramento al patrimonio culturale gravemente danneggiato. E mentre la terra trema (finora 3.500 scosse di assestamento registrate) e i geologi misurano la faglia sul Monte Vettore nei Sibillini (scivolamento di un fianco di 10 cm), mentre si accendono le polemiche politiche o si ipotizzano responsabilità individuali in merito ai mancati e/o presunti miglioramenti e/o adeguamenti sismici di case private, palazzi pubblici, o campanili appena ristrutturati e crollati, i Vigili del fuoco con le squadre tecniche del Ministero dei beni culturali mettono a riparo le opere d’arte.

Ieri ci sono stati i recuperi più importanti sotto le macerie del Museo Civico di Amatrice e di Borqo Arquata.
Monsignor Domenico Pompili, il Vescovo di Rieti che ha celebrato i funerali ad Amatrice al cospetto di tutte le massime Autorità in piedi, mescolate tra i semplici cittadini, ha detto cose durante l’omelia che meritano di essere ascoltate anche da chi non c’era: “la domanda “Dov’ è Dio?” non va posta dopo, ma va posta prima e comunque sempre per interpretare la vita e la morte. Come pure, va evitato di accontentarsi di risposte patetiche e al limite della superstizione. Come quando si invoca il destino, la sfortuna, la coincidenza impressionante delle circostanze.  A dire il vero: il terremoto ha altrove la sua genesi! I terremoti esistono da quando esiste la terra e l’uomo non era neppure un agglomerato di cellule. I paesaggi che vediamo e che ci stupiscono per la loro bellezza sono dovuti alla sequenza dei terremoti. Le montagne si sono originate da questi eventi e racchiudono in loro l’elemento essenziale per la vita dell’uomo: l’acqua dolce. Senza terremoti non esisterebbero dunque le montagne e forse neppure l’uomo e le altre forme di vita. Il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’uomo!”.

Sarà perché è socio CAI e amico di Don Ciotti, il Vescovo ha sparigliato le carte tra gli stessi cattolici abituati a sentire altro, inchiodando ognuno di noi alle responsabilità nel fare bene le cose, a non imbrogliare. Costruire bene, ristrutturare bene, fare le cose a regola d’arte come si usa dire ancora tra gli artigiani, può aiutarci a vivere meglio e più a lungo, fisicamente e spiritualmente. Poi ha parlato di mitezza, una forza che si fa “coinvolgimento tenero e tenace, di un abbraccio forte e discreto, di un impegno a breve, medio e lungo periodo. Solo così la ricostruzione non sarà una ‘querelle politica’ o una forma di sciacallaggio di varia natura, ma quel che deve: far rivivere una bellezza di cui siamo custodi. Disertare questi luoghi sarebbe ucciderli una seconda volta. Abitiamo una terra verde, terra di pastori. Dobbiamo inventarci una forma nuova di presenza che salvaguardi la forza amorevole e tenace del pastore.”

Dopo le tende dei campi di accoglienza, che negli ottimistici obiettivi della Protezione Civile dovrebbero essere lasciate a fine settembre, si prospetta la fase di transizione in container, camper e hotel, questi ultimi, ovvio, più lontani dai luoghi del terremoto. Per le casette di legno c’è da aspettare, ora non sono pronte. 

La ricostruzione è ancora molto lontana, ma tra i superstiti è il primo, ruminante pensiero. E mentre molta gente vuole restare nella sua terra, altri, avendo perso tutto, famiglia, affetti, lavoro e cose, raggiungono parenti più lontani nella speranza di ricominciare. La ricostruzione rapida e ben fatta di “come era, dove era” è speranza, sì. Ma pure rabbia e desiderio (de-sidus). E’avvertita cioè come struggente mancanza di stelle. 

Ines Millesimi
CAI Lazio

Le coordinate bancarie della raccolta fondi aperta dal Club alpino italiano sono le seguenti:

Conto corrente “IL CAI PER IL SISMA DELL’ITALIA CENTRALE (LAZIO, MARCHE E UMBRIA)”
Banca Popolare di Sondrio – Agenzia Milano 21
IBAN IT06 D056 9601 6200 0001 0373 X15

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