A proposito della due giorni sezionale del Cai Nuoro: Costa Verde, da Capo Pecora a Piscinas

Ai direttori di escursione Roccu, Demartis, Sias e Cadoni vengono riservate parole di gratitudine per aver accompagnato il gruppo di Soci su sentieri abbozzati e antiche carrarecce utili ai mestieri antichi delle genti sarde di queste parti.

Gli strumenti di lavoro degli antichi minatori

12 giugno 2017 - Ai Direttori di escursione: G. Roccu, R. Demartis, G. Sias, S. Cadoni.

Caro Gigi, qualche pensiero che trasferirai anche agli altri direttori, tuoi compagni di cordata. Gratitudine anzitutto. Non è mai facile comporre e rendere omogeneo un gruppo. Nel Cai, tra l’altro, pare che le comuni difficoltà, talvolta aumentino. Bene, siete riusciti a metterci insieme e a consentirci una “Due Giorni speciale”, in luoghi che per tanti di noi, potrebbero considerarsi all’estero.

Il sabato a Capo Pecora. Scenari e paesaggi unici e suggestivi. Terre brulle, silenzi, sentieri abbozzati e antiche carrarecce utili ai mestieri antichi delle genti sarde di queste parti, legna, carbone, granaglie. E i ruderi degli stazzi per popoli che il mare guardavano dall’alto. Quel mare invaso dal sole estivo di metà luglio, come sanno turisti fai da te da ogni angolo d’Europa. I panorami dalla quota 278 mt. delle Falesie di Buggerru, cala Domestica, capo Alfano , Isola di san Pietro. Dai resti del presidio militare, la costa dei graniti d’artista. Facce antropomorfe, celle scavate e simmetriche, armonie selvagge che si calano a gradoni sul mare.

Immersi, poi, la domenica, in quella parte di storia e di drammi che ancora respira quel lembo di Sardegna. Il “Cammino di Santa Barbara” squarcia ancora le nostre coscienze. E la parte che si innesta a Ingurtosu manifesta ancora di più ferite non cicatrizzate, se pur un giorno lo saranno. Storie di lavoro e speranze, di vivere inquieto per migliaia di lavoratori, non solo del Sulcis, ma tanti provenienti dalle comunità dell’interno. Il luogo minerario, con ruderi e strutture, dall’ospedale, al palazzo della direzione, al Pozzo Gal, scava ancora sui nostri volti le rughe di angosce antiche. Bene hai fatto a utilizzare il “Sentiero CAI 190”.

Lo abbiamo notato tutti, il percorso dei fori sulla montagna, ingressi di scavi e miniere, oggi murati, quasi che qualcuno abbia voluto forzatamente chiudere, segregare pagine di storia ancora graffianti. Abbiamo camminato sugli scarichi, ancora a cielo aperto, abbiamo calpestato ciò che rimane di tratti di carreggio per il trasporto di quelle pietre, dal peso abnorme, forgiate di zinco e piombo. Ricchezza per i padroni, francesi e tedeschi, fatica, sudore, morte precoce per i minatori. Anche i miseri ruderi cadenti della laveria Brassey, testimone di architetture possenti, oggi concorrono ad alimentare il senso di tragedia che ci avvolge. Ci libera la brezza e lo sguardo sulle distese delle dune di Piscinas. Il mare. La fuga, quasi, dal contrasto rabbioso dei nostri pensieri. Lascio a te immaginare poi le mie conclusione quando ho fatto un salto a Bugerru, con le sue storie.

E con quel villaggio fantasma di Pranu Artu. O Monte Vecchio, tra i “fasti della Borghesia ottocentesca e le baracche  dei dannati del lavoro“ come è scritto nelle brochure dell’info-point.  Racchiude l’idea dell’inizio e della fine di un’epopea , qui nel Sulcis. Sono grato infine anche a Ugo Cocco, profondo conoscitore e ottimo narratore nelle due giornate. Tutto ciò è stato possibile per il generoso impegno tuo e dei direttori. Grazie ancora.

Matteo Marteddu
CAI Nuoro

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